Verde e zafferano, Carmen Lasorella

Non se ne parla più della Birmania, e non solo perché il governo dittatoriale che la governa ne ha cambiato il nome in Myanmar (così come ha cambiato il nome di città, fiumi, minoranze etniche…).

Hanno cambiato la capitale, sostituendo Rangoon-Yangon con la neocostruita Naypyidaw (era un villaggio che si chiamava Pyinmana, al centro della Birmania). La nuova città è una fortezza, non ci si può entrare senza permesso, e questo vale anche per i birmani (come se noi non potessimo entrare a Roma senza lasciapassare). Non ci sono foto, salvo le poche approvate dall’ufficio propaganda. È in mezzo alla foresta. È autosufficiente e pressoché invulnerabile.

Lasorella, è arrivata nel paese con un visto turistico, nascondendo a tutti il fatto di essere una giornalista, con un aereo diverso da quello che ha preso il suo cameraman, per non destare sospetti. Per strada, guai a filmare luoghi “non” turistici, si incaricano del controllo anche i tassisti, per non perdere il lavoro.

Torture, censura, massacri di civili e di bonzi, profughi senza diritti, prostituzione/schiavitù, soldati bambini, mercato nero, delazione istituzionalizzata, fame, e nessuno ne parla più.

L’ONU non può far niente a causa del diritto di veto di chi ha interessi nell’aria, dal gas al petrolio alle foreste (India, Cina in prima linea).

Sebbene l’autrice mi sembri, per lo meno al momento dell’uscita del libro, ancora un po’ troppo ottimista sulle potenzialità della non violenza (la Aung San Suu Kyii, premio Nobel per la pace 1991, è stata uccisa quest’anno), lode all’ozio nel senso russelliano del termine, se in un periodo di forzata inattività (una reietta della TV? 100 punti!) ha scritto questo libro.

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