Una stanza tutta per sè, Virginia Woolf

È l’insieme delle riflessioni che la Woolf ha buttato giù per la preparazione a una conferenza da tenere in un college femminile. Tema: Le donne e il romanzo. Questo mix di immaginazione e saggistica si ottiene quando si lascia la mente a briglia sciolta in un brainstorming tra sé e sé. Si butta tutto nel setaccio e poi si passa.

La Woolf deve camminare sul sentiero perché il custode la tiene d’occhio: è l’immagine di ogni donna e dei vincoli a cui deve sottostare. Anche per lei (per noi) comunque, dopotutto, è più comodo camminare sui sassetti puliti e ordinati del sentiero.

E allora la Woolf si interroga sul perché di questa situazione andando oltre il tema che le avevano dato per la conferenza. Sul perché gli uomini scrivano così tanto di donne, sul perché le donne non sono ricche, sul perché le donne copiano gli uomini. Alcune domande le lascia senza risosta. Ad esempio: per poter scrivere servono cinquecento all’anno ed una stanza tutta per sé, ma allora una donna per avere il fuoco dell’intelletto non dovrebbe far figli? Io non rispondo, ma porto due esempi: Doris Lessing (Sotto la pelle) e Sibilla Aleramo (Una donna).

Una fantomatica sorella di Shakespeare, poetessa mancata, può risorgere, dice la Woolf, a patto che siano garantite le basi materiali.

Dico io: la Woolf viveva comunque in un ambiente protetto, circondata dagli amici di Bloomsbury, dove se uno era ricco, impiegava le ricchezze per istruirsi. Al giorno d’oggi io direi: la ricchezza è condizione necessaria ma non sufficiente per far resuscitare Judith Shakespeare. Guardiamo tutti gli arricchiti che ci stanno attorno. Se hanno soldi, li spendono nel SUV e in vestiti, altro che libri e istruzione.

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