Strane creature, Tracy Chevalier

Il poscritto mi ha confermato nei miei dubbi. Si intitola: La pazienza del lettore. Quando uno scrive dovrebbe porsi come meta sì un lettore finale, ma non dovrebbe esserne asservito. Bisogna avere il coraggio delle proprie scelte, anche col rischio di vendere meno. Certo, per una che di scrittura vive, questo no è facile. Infatti ha scelto di inventare alcune scene al posto di altre, sebbene nella vita di Mary Anning ci fossero diverse lacune, a giudicare dalle biografie; e cosa ha scelto di inventare? La scena d’amore con il colonnello Birch. Perché al lettore sarebbe piaciuta. Non critico l’invenzione in sé, metto in dubbio la scelta dell’oggetto dell’invenzione.

Non fraintendetemi: il libro si lascia leggere. Le frasi brevi e il lessico basale si lasciano sempre leggere, quando c’è una storia sotto. Ma… ad esempio, le voci narranti sono due, una dovrebbe essere semianalfabeta, l’altra istruita. Si riesce a distinguerle dai contenuti e da qualche vocabolo o nomignolo che usa una e non l’altra. Non dalla sintassi. Ne risulta che le voci sono troppo simili. E poi, altra indulgenza verso il lettore pagante: troppo filmico, troppi dialoghi. Ripeto, si lascia leggere, i dialoghi sveltiscono. Però… ho preferito “La ragazza con l’orecchino di perla”. Questa autrice non può darmi di più. Passiamo oltre.

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