Ritratto in piedi, Gianna Manzini

Campiello, 1971. Così diverso dagli scritti mediocri (v. best sellers statunitensi), dove è tutto bianco o tutto nero, anche le emozioni. È bellissima la parte in cui descrivere il passaggio di un gruppo di anarchici che cantano in mezzo alla strada e risvegliano i dubbi dentro le case che hanno scelto di uniformarsi.

La Manzini ha la capacità di cogliere il carattere di una persona con pochi tratti, e di farla sembrare interessante. Se le mettessi davanti la mia vicina di casa, che per me è noiosa e del tutto insignificante, lei sarebbe capace di descriverla facendola sembrare una persona degna di essere frequentata. Ma perché io non ci riesco?

L’autrice fa un ritratto del padre, ma solo nel titolo: in realtà parla delle sue emozioni e sensazioni, per quanto le risulti difficile rievocarle: perché al fondo di tutto, c’è un senso di colpa per averlo lasciato solo quando lui è stato mandato al confino e lei è andata a vivere la sua gioventù e i suoi studi a Firenze.

Un’ultima riflessione: certi ideali sono diventati “di una volta”. Parlo di un senso dell’umanità, dell’essere umano in quanto tale, un senso di Giustizia, un senso del Popolo. Chi rinuncerebbe oggi a un’eredità per una questione di ideale?

Se sentiamo parlare di questi argomenti, oggi, li sentiamo pronunciare da politici che non riflettono quello che dicono con la loro vita. Parole più vuote di un bicchiere bucato. Chi abbiamo noi da opporre a persone del calibro di un Manzini o di un Malatesta?

Un Corona? Una D’Addario? Una Noemi? Ritratto in piedi verso ritratti in posa.

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