L’ultima bottiglia

Era l’ultima bottiglia. L’ultimo legame che mi sventolava sotto il naso il ricordo dell’altro mondo, quello perduto: lampadari in cristallo, marsine, taste-vin, carte dei vini imponenti come album da disegno, il mio fine lavoro da sommelier, tutto quello che ero riuscito a perdere, non so ancora come. Mi ero ritrovato senza famiglia, senza amici, senza soldi, senza forze, aggrappato a quello di cui avevo vissuto fino ad allora: il vino. Eppure, mai così estraneo ad esso.

Negli anni della mia professione avevo collezionato una discreta cantina, ricordi che buttai giù in poche settimane come acido incandescente, rapido, quasi per paura di venirne bruciato.

Alla fine era rimasta solo quell’ultima bottiglia, regalatami alla mia prima prova ufficiale da sommelier come un raffinato diploma, o il simbolo di un battesimo senz’acqua.

L’avevo già presa in mano una volta, con l’idea di fracassarla sul muro. Poi non lo feci. Però le strappai l’etichetta, tutta, come si strappa la lingua ad una spia, e la lasciai, sola e muta, nella cantina ormai vuota.

Eppure un giorno mi chiamò. Cercai di ignorarla, ma lei fu più forte, così scesi, la presi e la portai in cucina. L’avrei buttata già in pochi sorsi, se ne sarebbe andata, avrebbe finito di tormentarmi con quei ricordi allappanti, e me ne sarei andato anch’io, almeno per un po’, in un sogno afono.

Per sconfiggere la tentazione di bere da un bicchiere afferrandolo per il gambo, scelsi un boccale da birra largo, col vetro scuro che confondeva il rosso del vino. Non volevo vederlo, non volevo che i miei occhi si attaccassero a quel colore e iniziassero il dialogo muto che tante volte avevo intessuto, come una madre col suo neonato: “Cosa vuoi dirmi?”

Su, forza, che ci vuole? Lo hai fatto con le altre, scolati pure questa, non parlerà!

Così mi dicevo.

Ma mi sbagliai.

Il primo sorso mi si fermò in bocca. Il cervello urlava: “Buttalo giù! Lascialo scendere, lascia che mi inondi e che intorpidisca il tuo corpo, starai meglio, dopo”.

Ma la lingua disubbidì. Le guance si tesero, e poi si ritrassero, lasciando che il liquido si depositasse in tutti i meandri della caverna di carne. E poi un vapore salì alla base del naso, un dislivello di pochi millimetri, ma sufficiente per accarezzare le porte della memoria.

Non era una memoria fatta di lampadari in cristallo, marsine, taste-vin e carte dei vini grandi come album da disegno. Era una memoria molto più vecchia, eppure, al posto di capelli canuti, rividi una testa, bionda e setosa. La mia?

Mi sarei aspettato di ricordare calici trasparenti; invece, c’era un calice in metallo, con intarsi dorati: ne avvertii il freddo sulle labbra. Il vapore che mi era salito alla base del naso non era più l’emanazione di quel liquido che tenevo in bocca, era diventato qualcos’altro, la memoria di un odore acre, un fumo, forse, che mi si diffondeva nel cranio e premeva per uscire dagli occhi.

Di tutto ciò mi sfuggiva il nome. Eppure…

Inghiottii. Lentamente. Mi aspettavo un rimprovero dal cervello: “Che fai? Ecco, un’occasione sprecata! Dai, ingurgitalo, non lasciarti incantare!”

E invece tacque, anche lui ostaggio di quella memoria.

Fu il retrogusto a rivelarmi tutto.

Mi aspettavo una sfilza di termini tecnici: ginepro, zenzero, cuoio, noce… E invece, tutto quello che mi si presentò alla soglia della coscienza, fu una parola rozza, ingenua, l’aggettivo che avrebbe usato un bambino che ha appena inghiottito il suo primo sorso di vino: “Aspro”.

E rividi i paramenti di Don Beppe, l’incenso nebbioso, i miei compagni con la veste bianca e la croce di legno sul petto; e avvertii quel pezzetto di particola che mi si era attaccata al palato e che speravo di sciogliere via col sorso di vino, inutilmente, come una briciola di Madelaine che ti lascia il gusto in bocca ad anni di distanza.

Chiusi la bottiglia. Un buon vino.

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