La bottiglia di plastica

La bottiglia è in plastica trasparente. Cede e grida secca se la si schiaccia con le mani. Poi, però, torna al suo stato originario, illesa ma con un’aria di aver imparato qualcosa di nuovo sulla natura umana. Il PET si lascia attraversare dalla vista ma ti permette di impadronirti solo dei colori che non sanno dove nascondersi, sembra riflettere sulle tue intenzioni, studiarti, senza mai lasciarsi andare a una fiducia consolatoria. Rimetto il tappo. Si lamenterà ancora? Perché, noi non ci lamentiamo anche se abbiamo la bocca chiusa? Lo fanno le nostre viscere per noi, i nostri capelli, le unghie, gli occhi. Se un materiale plastico si risente di una piccola pressione, non lo farà un pezzo di carne?Noi non siamo trasparenti, ma siamo indecisi tra il mostrare e il nascondere quello che ci sta dentro. Se fossimo capaci di prendere una decisione e di comportarci di conseguenza, ci resterebbe libera una dose di energia che potremmo impiegare in compiti ormai dimenticati, come il respirare. Invece procediamo come un’auto nel traffico, a forza di acceleratore e freno, succhiando benzina. Basterebbe decidersi: o fermarsi e lasciarsi attraversare dagli sguardi che ci camminano attorno, o correre a una velocità costante, lasciandoci dietro un filo d’aria, l’impressione di qualcosa che è passato e che si è sciolto in fili di colori sbiaditi. In realtà non vogliamo essere guardati. Neanche la bottiglia lo vuole, altrimenti non si lascerebbe attraversare dalla luce, ma costringerebbe i tuoi occhi a fermarsi sulla sua superficie. Gli occhi sono uno specchio che ruba l’anima, e nessuno, neanche una bottiglia vuole perdere l’anima prima di essere sicuro di averne una. Ma non vogliamo neanche essere del tutto trasparenti, paurosi che l’ignoranza altrui nasconda la nostra non esistenza. Ecco perché la bottiglia tentenna, la plastica ti lascia guardare attraverso di essa ma deforma quello che c’è dietro, come a dirti: “Esisto. Sono qui. Sono io che ti permetto di trapassarmi, qui non c’è solo aria…”

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