Intervista allo scrittore Carlo Silvano

Tra i vari argomenti di cui ti sei occupato nei tuoi libri, risalta in particolare il ruolo della religione, della chiesa e del rapporto con i laici (“Cristianesimo Chiesa Teologia”, 2005, e “Autorità e responsabilità nella Chiesa cattolica”, 2006, entrambi per le Edizioni del Noce).

Tu hai una formazione sociologica. E sei cattolico. La sociologia può analizzare la Chiesa in quanto “istituzione”, cioè un’entità il cui fine, ad un certo punto, è l’autoconservazione cercando di mettere a tacere critiche o minacce alla propria esistenza. Ma questa è una visione parziale. Il tuo “essere cattolico” cosa aggiunge ad un’analisi sociologica?

I libri che hai citato nascono dal desiderio di compiere una ricerca personale e di offrire un contributo al dibattito sui temi cui hai accennato. Sono raccolte di interviste che ho fatto a teologi e a studiosi sui temi riportati nei titoli. Certo, sono preoccupato quando si parla della Chiesa come istituzione che tende alla mera autoconservazione, perché in diversi contesti colgo anch’io questa tendenza. Oggi, ed è ciò che ho tentato di far trasparire dalle pagine dei miei libri, abbiamo una Chiesa con una sua precisa gerarchia e riti, e facciamo difficoltà a “vedere” qualcosa di diverso. Ma la comunità dei credenti come sarà fra un secolo o fra mille anni? Ci saranno sempre gli ecclesiastici a reggerne il timone? Non ne sono sicuro.

Nel tuo libro “Autorità e responsabilità nella Chiesa cattolica”, chiedi al Mons. Antonio Riboldi: “L’esistenza di Dio limita la libertà della persona?”. È una domanda che strizza lontanamente l’occhiolino a Sartre, secondo cui, se qualcuno fa esperienza della libertà, gli Dèi non hanno più alcun potere su di lui. Chi sceglie una fede religiosa, non limita tanto la sua sfera d’azione, bensì la sua sfera di ragionamento: cioè, si può limitare la propria libertà entro un ventaglio di azioni “buone”, perché si riflette e si giunge alla conclusione che quelle sono le azioni “migliori”; ma si può limitare la propria riflessione davanti ai dogmi, a degli inviti a non ragionare, a non pensare? Allora giro a te la stessa domanda: “L’esistenza di Dio limita la libertà della persona?”

No, non la limita, ma le impone di assumersi delle responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Io credo – e parlo da cattolico convinto e praticante – che uno dei peccati più gravi sia quello di sciupare la propria vita con la noia, trascorrendo le proprie giornate senza combinare nulla. Scendendo in profondità nella tua domanda, sono convinto che ogni credente è chiamato, tutti i giorni, a interrogarsi e a cercare nuove motivazioni per credere in Dio; i dogmi non offrono alcuna sicurezza e non impongono alcun paletto. Nel mio personale cammino interiore sono riuscito anche a darmi delle risposte su alcuni dogmi, ma credere in un dogma non significa spegnere il cervello e non porsi degli interrogativi, anzi, è una spina nel fianco che ti costringe ad interrogarti, a cercare delle risposte, anche a fare a “pugni con Dio” quando non riesci a trovare delle spiegazioni e ti chiedi che senso ha vivere in un mondo dove le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Nel mio essere credente non mi tocca, anche se lo rispetto, il pensiero di Sartre: mi ritengo una persona libera posta davanti al suo Creatore, e davanti a Lui riconosco, in piena libertà, i miei limiti.

Sul tuo blog http://www.carlosilvano.blogspot.com ti sei occupato anche di poligamia. Perché è un fenomeno così destabilizzante?

Forse un tempo, e in particolari contesti sociali, la poligamia aveva una sua giustificazione perché poteva garantire una forma di sussistenza a tutte quelle donne che restavano sole, soprattutto a seguito di eventi bellici. Personalmente, mi associo a quanti ritengono che la poligamia sia sempre stata una forma di potere dell’uomo sulla donna, e questa mia opinione si è rafforzata anche dopo una serie di colloqui che ho avuto con un senegalese che vive in Italia da oltre vent’anni: proviene da una famiglia dove vigeva la poligamia e suo padre, come tanti benestanti della propria etnia, praticava la poligamia soltanto per avere più donne a disposizione sotto il profilo sessuale; a parte le dovute eccezioni, tra i figli nati da uno stesso padre, ma con madre diversa, non si instaurava mai un legame, come invece di norma si realizza tra i figli che hanno gli stessi genitori. La poligamia, comunque, è un’usanza estranea al nostro sistema sociale e accoglierla, così come chiedono diversi musulmani, significherebbe attuare una forma di umiliazione nei confronti della donna e dei nascituri.

Ti occupi e ti sei occupato di argomenti “impegnati”: dall’infibulazione, al mobbing (www. mobbingtreviso.blogspot.com), alla questione linguistica in Svizzera, al rapporto tra Cristiani e Musulmani, ai flussi migratori, alla massoneria (“Quale Primavera per i Figli della Vedova? Treviso vista e vissuta dai massoni di una loggia del Grande Oriente d’Italia”, Ed. Ogm, 2008), carceri minorili (“Liberi reclusi”, Edizioni Del Noce, 2011). Il tuo approccio alla società è interdisciplinare (se non sbaglio navighi tra sociologia, antropologia, storia, teologia… dimentico qualcosa?), come deve essere ogni analisi il cui oggetto è complesso. Questo di sicuro ti spinge ad aggiornamenti e studi continui: ti consideri un intellettuale?

No. Mi sento, invece, un animatore culturale: una persona che vive nella società e cerca di comprenderla e, soprattutto, di promuovere e organizzare dei pubblici dibattiti attorno ai propri libri, per offrire un’occasione di confronto. L’idea di scrivere e pubblicare il libro “Liberi reclusi. Storie di minori detenuti” è nata, ad esempio, durante un incontro nella parrocchia a Quinto di Treviso: nel corso del dibattito col pubblico diversi presenti espressero il desiderio di poter essere informati anche sulla realtà dell’Istituto penale dei minorenni di Treviso.

Quanti libri leggi in un anno? Quanta narrativa e quanti saggi, in percentuale?

Diciamo che mediamente mi avvicino ad un nuovo libro una volta alla settimana prediligendo la saggistica. In genere per la narrativa preferisco “rileggere” romanzi già conosciuti in passato perché ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo. Ho abbandonato anche qualche autore come Ernest Hemingway, quando pochi anni fa ho letto su Il Corriere della Sera che in due lettere al suo editore, lo scrittore americano descriveva di aver ammazzato con gioia 122 soldati tedeschi fatti prigionieri. Non ho mai messo in dubbio le capacità letterarie di Hemingway, ma oggi mi fa ribrezzo leggere, ad esempio, anche poche pagine del libro “Il vecchio e il mare”, che pure mi ha dato molto nel corso di lunghe giornate adolescenziali. Tra i libri di narrativa che prediligo ci sono i due testi di Anna Gnesa, una scrittrice elvetica poco conosciuta, e il celebre “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Ritornando alla saggistica, tra i volumi che mi capita di riprendere in mano c’è “La fabbrica dei veleni” di Felice Casson, mentre un libro che propongo a tutti di leggere è “La pena di morte italiana” di Samanta di Persio.

Hai scritto anche narrativa?

Lo scorso mese di settembre ho iniziato a scrivere un romanzo e sono a buon punto, però te ne parlerò solo se deciderò di pubblicarlo.

Se nella prossima vita rinasci donna, pensi che dovrai rinunciare a qualcosa di quello che hai fatto o che farai in questa vita?

Penso che dovrò fare molte più cose di quelle che faccio attualmente! Credo, infatti, che la nostra società è a misura di maschio, e ciò penalizza fortemente le donne. Tutto ciò anche se le donne hanno delle potenzialità che noi uomini non abbiamo. Pensiamo, ad esempio, all’eventualità che in una coppia uno dei due coniugi resti vedovo e con dei figli da accudire: l’uomo si “perderebbe” in pochi giorni, mentre una donna, pur tra mille difficoltà, riuscirebbe comunque a salvare il salvabile. Comunque è un problema che non mi pongo perché non credo nella reincarnazione!

Disturbiamo un attimo Bergson. Questo filosofo ritiene che vivendo in società, impariamo a frapporre un velo tra noi e la natura, in modo da percepire solo quelle impressioni e quelle informazioni che sono funzionali al nostro vivere comune. Il ruolo dell’artista consiste proprio nel sollevare questo velo che ci tiene nascosti aspetti della natura che, diciamolo, non ci servono per far benzina, per scrivere un’offerta o per comprare dei pomodori. Ma… questa operazione di interpretazione non è quella che deve svolgere anche il sociologo?

Premetto che ho ricevuto una formazione sociologica – mi sono laureato all’università “Federico II” di Napoli – e quando si parla di sociologi si intendono “tecnici” abituati a raccogliere e a gestire dei freddi dati somministrando questionari e interviste. Con le mie pubblicazioni, però, mi rivolgo al grande pubblico e anziché offrire statistiche ed analisi raccolte con i consueti metodi della ricerca e dell’indagine sociologica, sono portato a valorizzare il singolo individuo e a sollevare il velo per mostrare realtà poco conosciute facendo “abbondantemente” parlare chi le vive ogni giorno. In che modo? Per fare un libro sul carcere di Treviso, ad esempio, ho preferito intervistare il cappellano della casa circondariale, don Pietro Zardo, il quale, attingendo alla sua lunga esperienza maturata tra le mura del penitenziario, mi ha offerto una mole di informazioni che sono risultate utili a fare un libro: non è un testo scientifico, ma è semplicemente la narrazione dell’avventura umana e spirituale che questo sacerdote ha compiuto – e sta ancora vivendo – a contatto con persone, ovvero i detenuti, considerati l’ultima ruota del carro della nostra società. In questo libro – intitolato “Condannati a vivere. La quotidianità dei detenuti del carcere di Treviso raccontata dal suo cappellano” – il velo sulla realtà della detenzione viene sollevato e ne emerge, attraverso le parole di don Zardo, il dramma di persone che, se stanno in carcere, è perché hanno – a parte qualche caso di malagiustizia – certamente commesso un reato, ma la loro dignità umana viene profondamente sfigurata dal problema del sovraffollamento e dalle pessime condizioni igienico-sanitarie della struttura che li ospita.

Anche per quanto riguarda un altro libro – quello sui massoni trevigiani – ho preferito riportare delle lunghe interviste a quei massoni che hanno acconsentito a rispondermi per descrivermi le motivazioni che li hanno spinti ad aderire alla massoneria, quali sono i loro valori e cosa pensano di diversi aspetti della società in cui vivono. In questo libro ho riportato fedelmente le opinioni di tutti gli intervistati, perché sono convinto che tutti siamo chiamati a contribuire per migliorare la società, però alla fine del libro ho espresso anche la mia opinione, che è in netto contrasto con chi ha aderito alla massoneria… e forse è anche per tale motivo che questo mio libro è stato boicottato dai massoni! Insomma, più che fare il lavoro del sociologo sono, sostanzialmente, un intervistatore che attraverso i propri libri cerca di descrivere alcuni aspetti della nostra società e dice anche la sua.

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