Il righello

Il righello dorme sulla scrivania, ha fatto il suo lavoro, come un cane che ha abbaiato al passaggio di un’auto. Le cifre, stampate coi caratteri di un orologio digitale, restano vigili, aggrappate alle loro tacche: scimmie appese alle liane, tese per il peso. E se si rompessero? Cadrebbero confondendosi tra loro, diverrebbero numeri qualunque, perderebbero il loro ruolo, attori con le maschere sbagliate.

Perché le cifre di un righello non sono come le date di un calendario o i numeri di un conto corrente. Le cifre di un righello stanno là per misurarti. Prima di confrontarti con loro, sei un’ignora linea, senza dimensioni come i punti che ti compongono, e vivi nello spazio come pulviscolo nell’aria, esposto alle correnti senza logica né morale. Solo quando ti mettono davanti alle cifre di un righello assumi una misura, e passi di grado, ti promuovono con un numero. Passi dall’universo dei mu-kyu alla ristretta cerchia dei kyu. Ci saranno linee più lunghe o più corte di te che ora, per la prima volta, si accorgono della tua presenza, e forse qualcuna si degnerà di prenderti per mano così da costruire qualcosa insieme. Tutto questo solo per merito di un righello.

Ecco perché le sue cifre non possono permettersi di cadere dalle tacche. La loro responsabilità glielo impedisce. E infatti restano là, stampate come sentinelle che qualcuno ha inchiodato alla garitta.

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