D.L.

È ancora vivo, per fortuna sua, ma ne parlo al passato perché non lo vedo ormai da anni, reperto di una compagnia di amici che si è sciolta ancora prima di cementarsi.

Già la prima volta che incontrava qualcuno, dopo pochi minuti di silenzio in cui sembrava studiarti in modo intelligente, cominciava: “Sei ottimista o pessimista?” Nessuna importanza se la domanda c’entrava col discorso di poco prima come l’aceto sulla Sacher, ora contava solo se vedevi il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. E attenzione! La domanda era chiara perché altrettanto chiara doveva essere la risposta: o ottimista, o pessimista, non c’erano vie di mezzo. Guai a buttare là un imbarazzato Dipende…, perché lui guardava lontano con gli occhi delusi, mimava un sorriso per non offenderti al primo incontro e poi sparava: “Ah, sei relativista…”

Stava zitto per un dieci minuti e poi ci riprovava: “Sei romantica o non-romantica?”

Vai tu a spiegargli che bisogna distinguere tempi, persone, luoghi, circostanze per essere ispirati di romanticismo! Lui, ancora un po’ più triste di prima: “Ah, non sei romantica…”

Ancora dieci minuti di pausa, concessi per riprenderti dalla delusione che gli hai così vergognosamente inflitto, e poi, un’altra domanda: “La musica ti piace?”

Questa è facile, pensi. “Certo che mi piace!”

“Cosa ascolti di Mahler?”

Tu, che sei una persona comune, rispondi: “Bè, sai, di classica non me ne intendo molto…”

“Ah, ma allora non ti piace tutta la musica…”, sempre più triste.

A questo punto la sua tristezza ha contagiato pure te. Ti prego, Dio, fa che la finisca! Pensi, e invece, dopo seicento secondi esatti: “Sei a favore o contro i gay? Preferisci la cultura orientale o quella occidentale? Preferisci la neve o il temporale? Sulla bistecca, metti sale o pepe?” e, alla fine, la più temuta di tutte, la domanda la cui risposta ti segnerà per ogni incontro successivo con questo temutissimo intervistatore del fine settimana: “sei di destra o di sinistra?”

Quando capivi che devi rispondere limitandoti a una e una sola delle alternative che lui ti propone – altrimenti la risposta è sbagliata – allora iniziavi a pronunciare, a caso, una delle due, indifferente quale, una valeva l’altra; pensavi così di aver trovato il modo per tranquillizzarlo senza deluderlo, per passare ad altri argomenti, per sviare l’attenzione da te, messa sotto un riflettore tuo malgrado con un copione scelto da altri. E invece… bang! Ti fregavi da solo. Ti ritrovavi avvolto da etichette come la versione moderna di una mummia egizia: “ottimista, favorevole al matrimonio civile, contrario alla cucina cinese, di destra, loquace, stacanovista, per la chiusura delle frontiere, preferisce i cani ai gatti, odia la sifilide, sì alo smalto sulle unghie dei piedi” e così via.

Le etichette ti intralciavano ogni singola frase, ogni singolo passo che ti trovavi a vivere poi davanti a lui. Perché di quello che tu rispondevi, lui sembrava aver registrato tutto. Se dunque una volta avevi risposto che eri di sinistra e poi, dimenticandotene, quattro mesi dopo dicevi che era ora di regolamentare lo sciopero, lui si alzava in piedi, rosso in faccia, quasi senza fiato, puntandoti l’indice davanti all’occhio sinistro: “Ma avevi detto che eri di sinistra!”

E così per ogni risposta che potevi aver dato.

L’ho visto farlo con diverse persone appena conosciute. Erano imbarazzate quanto me alla prima domanda. Avrei voluto aiutarle, dire loro di non lasciarsi invischiare, di fingere di non averlo sentito, di avere problemi di udito fin dalla nascita, di girare i tacchi e andarsene, ma alla fine, perché farlo?

I bambini piccoli lanciano gli oggetti lontano. Glieli raccogli, li lanciano un’altra volta. E così all’infinito. Li rassicura. Un po’ alla volta capiscono che lo stesso può succedere con i loro genitori, che alla fine mamma e papà tornano sempre. Lo stesso valeva per D. Per quanto inutile fosse il gioco, lui doveva farlo, perché se si fosse trattenuto, le domande gli avrebbero fatto la muffa nel cervello, il livello di ansia avrebbe raggiunto il limite e tutto sarebbe andato a rotoli.

Ho finito con l’invidiarlo: se gli bastava porre qualche domanda categorica per sentirsi meglio, perché rinunciarci?

Certo, il castello di carte crollava appena uno si discostava dagli adesivi che gli aveva attaccato in fronte. Era comunque un rischio da correre. Perché la soluzione era a portata di mano: bastava cambiare etichetta.

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