Aspettando Godot, Samuel Beckett

Tra i motivi per cui bisogna andare a teatro ad assistere a certe rappresentazioni, me ne sta a cuore uno in particolare: leggendo non mi rendo conto del valore delle pause.

D’altronde, quando un’opera è così densa di significati, apprezzo anche la necessità di una pacata lettura: ho bisogno di riflettere sulle singole frasi, e la mia è una riflessione lenta, le pause degli attori, quando ci sono, non mi bastano.

Ma chi è questo Godot? E come faccio a saperlo se non lo sanno neanche i due protagonisti? Non lo sa nessuno, in realtà, neanche il garzone che lavora per lui e che ogni sera passa a informarci che Godot non verrà, oggi. Il garzone ha un fratello: Godot picchia uno, e non l’altro. Perché? Non si sa.

Ma perché i due straccioni aspettano Godot? Non lo si dice, si sa solo che il suo arrivo cambierà le loro vite. Non sanno neanche cosa hanno fatto ieri. Non ricordano il loro passato (e qua, come faccio a non richiamare Kundera ne “Il libro del riso e dell’oblio”?)

Intanto che si aspetta, bisogna far passare il tempo. Pensano al suicidio, i due, ma è troppo complicato, hanno a disposizione solo un albero striminzito che non basterebbe a reggere il peso di tutti e due. E poi non hanno la corda… per fortuna passa un tizio, che ne tiene un altro al guinzaglio, facendogli portare valige, borsa termica e sgabello. I due barboni si indignato per come viene trattato quel disgraziato, provano a chiedere perché non appoggia mai le valigie, e il padrone, dopo averci pensato, conclude che non lo fa perché probabilmente gli piace portarle. Sempre presi dal problema di far passare il tempo, si ingegnano di farlo ballare. Solo che il ballo è un aborto, dura un minuto scarso e sembra quasi un’agonia. Allora decidono di farlo… pensare! Gli mettono il cappello in testa, perché senza non ci riesce, e questo parte in un monologo sempre più veloce, a volte incomprensibile a volte, purtroppo, no. Perché ad un certo punto, dopo aver dissertato in una maniera pseudoscientifica sull’uomo che si sta rimpicciolendo nonostante l’alimentazione e le cure moderne, comincia ad urlare: “Incompiuti! Abbandonati! Incompiuti! Abbandonati!”

È una pantomima dell’essere umano, che si porta dietro pesi inutili, che morde quelli che provano ad aiutarlo, che ha perso la gioia di ballare e che, quando comincia a pensare, giunge alla conclusione di essere stato abbandonato da qualcuno che ha iniziato l’opera e poi ha lasciato perdere. E allora, la salvezza promessa dalla religione? Il dubbio era sorto già all’inizio, riflettendo sui due ladroni: gli evangelisti sono quattro, ma solo uno racconta di come Gesù abbia perdonato e salvato uno dei due malfattori. E gli altri tre? Perché gli altri tre non ne parlano? Uno su quattro… le probabilità di scamparla non sono a nostro favore…

E allora, se smettessimo di aspettare Godot? Nessuno risponde. Ecco la pausa.

Altra domanda: “E i nostri diritti?” e l’altro risponde: “Li abbiamo buttati via!”. Altra pausa.

Su, forza, che la quantità di lacrime nel mondo è costante: quando inizi a piangere tu, qualcun altro, da qualche altra parte nel mondo, smette! Il mondo non si suicida in massa e l’albero ha messo qualche foglia. Una piccola vena, un capillare di ottimismo, devo tirarlo fuori da qualche parte, altrimenti così non potremmo andare avanti. E noi esseri umani, nonostante tutto, continuiamo, ad andare.

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