Arcodamore, Andrea De Carlo

L’arco d’amore è quel diagramma che segna una storia, dal suo nascere, al suo morire, passando per un punto più alto di passione. De Carlo si interroga (o meglio, il protagonista lo fa) su questa ineluttabile andamento (v. il concetto sociologico di Stato Nascente, di Alberoni). De Carlo si fa le copertine da solo. In questa edizione Bompiani, c’è il ventre di una donna, stilizzato in pochi tratti, dove il sedere stesso compone un arco. Ma di arco si parla altrove nel libro, e cioè quando dicono che l’arpa, lo strumento che suona la donna di cui il protagonista si innamora, assomiglia ad un arco (lo era, una volta). La storia stessa è incentrata su questo andamento: incontro, amore folle, chiusura della storia. Chiusura molto drastica, per la verità, forse inconsciamente per evitare che la passione scemi un po’ alla volta fino a sfumare nella grigia quotidianità.

De Carlo ha preso il premio Hemingway 1994 per questa opera.

Quello che mi lascia perplessa, sono i giudizi che riportano in copertina. Tipo: “Materiale incandescente” (Enrico Fovanna, de Il Giorno); oppure “E’ difficile essere più crudelmente, sensualmente espliciti” (Renato Bertacchini, L’Indipendente), o ancora “Ci si casca dentro, nel gioco della vivisezione, crudele, affascinante” (Michela Tamburino, Il Tempo): che cacchio vogliono dire???

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