Angela Terzani Staude

Si firma così, e non Angela Staude Terzani, all’italiana, aggiungendo il cognome del marito al proprio. E Si è firmata Angela Terzani anche sul libro “Giorni giapponesi”, che le ho posto questa sera, dopo la presentazione che ha fatto a S. Donà di Piave.

Del marito ho letto “Un indovino mi disse”, anni fa, e poi, ultimamente, “La fine è il mio inizio”. Affascinante la trasformazione di questo uomo-giornalista in una figura dalla barba bianca che sembra quasi un santone indiano…

Ma non voglio parlare di lui, perché la sua biografia è ovunque, nei suoi libri, in internet, nei coccodrilli delle redazioni giornalistiche. Ora che sono qui in cucina, con una pentola di fagioli sul fuoco accanto al pentolino dell’acqua per il tè verde, ora che sto addentando una barretta al cioccolato (ipocalorica, mi raccomando!), ora approfitto di questa mezz’ora di solitudine per buttare giù qualche riga, poi come al solito, la salverò sul dischetto e domani mattina, al lavoro, la posterò sul blog, visto che a casa non abbiamo internet perché non abbiamo la linea telefonica (non abbiamo neanche la TV, ma questo è un altro discorso…).

Sono arrivata al Centro Culturale Leonardo Da Vinci in orario, grazie a un permesso di dieci minuti chiesto al capo, e mi sono seduta accanto all’unica logorroica malata di protagonismo e contestatrice del sistema della sala; l’unica che, quando l’assessore ha annunciato che avrebbe introdotto brevemente i libri di Terzani e della Staude, ha detto, neppure a voce tanto bassa: “Non è necessario”, e dopo un minuto di orologio ha aggiunto: “Che palle!”. Aveva provato ad attaccare un bottone letterario anche con me, povera, ma ha trovato terreno sterile: io non so parlare.

Ho staccato due pagine dal mio taccuino, questo mio pseudo-feticcio da scrittrice, e ho iniziato a prendere appunti, teilweise auf Deutsch, per due motivi: in primo luogo perché la mia vicina buttava l’occhio (ma che guardi, sto scarabocchiando quello che puoi sentire con le tue stesse orecchie!), in secondo luogo, in onore all’ospite, appunto, tedesca.

La Staude è davvero una signora. Gentile, posata, distinta ma senza arie da intellettuale, sorridente, sorridente sul serio. E sorprendentemente giovane per la sua età: è nata nel 1939, ma dimostra cinquant’anni. Mi è subito stata simpatica: la signora che mi piacerebbe avere come vicina di casa (non del tutto disinteressatamente, considerato che ha una biblioteca di quasi diecimila volumi…). E appena l’ho sentita parlare con quel suo forte accento d’oltralpe, mi sono vista: io che mi alzo in piedi e le espongo – in tedesco, ovviamente – una mia dissertazione sulle filosofie orientali, che le chiedo, sempre in tedesco, come ci si sente ad aver scritto e tradotto libri, ad aver viaggiato per i cinque continenti con tanto di famiglia appresso, che le espongo la mia teoria sull’evoluzione dei paesi comunisti comparata con la storia dei paesi capitalisti… ho di queste immagini ogni tanto. E restano immagini solo perché non so parlare.

Domanda di una donnina in prima fila: piccola, coi capelli a spazzola, occhiali. Vocina emozionata che non è riuscita a finire la frase perché stava per essere squassata dai singhiozzi: Lei che ha viaggiato così tanto in Asia, cosa possiamo fare per il Tibet?

La risposta è stata subitanea, non perché la domanda fosse da copione, ma perché si vedeva che era sincera: non possiamo fare niente. La Cina è stata mortificata per secoli, dal colonialismo prima e da se stessa poi; Mao aveva iniziato a migliorare le cose, a dare una scodella di pane e dei vestiti (tutti uguali) a ogni singolo cinese, ma poi il sistema del potere si è incancrenito, e anche la c.d. rivoluzione culturale, che di culturale non aveva niente, è fallita. La Cina vuole riprendersi quella faccia che ha perso per così tanti decenni – e perdere la faccia, per un orientale, è una delle peggiori disgrazie che possano capitare. È per questo che hanno investito così tanto nelle olimpiadi, sarebbero state un palcoscenico per presentare la nuova Cina. Ora questo “incidente” del Tibet sta rovinando loro il loro momento di gloria. Secondo la Staude, non possiamo fare niente, se non esprimere la nostra disapprovazione. Lei sostiene che i cinesi la sentono, questa disapprovazione.

Io non sono così ottimista. Partecipo anche io alle sottoscrizioni in internet Free Tibet, ma non so a quanto possano servire. Forse avrei un ruolo più urlante se, di fronte a una bancarella di cinesi (che io ho sempre frequentato) chiedessi: “Vieni dalla Cina?” e, alla risposta positiva, scuotessi la testa e girassi l’angolo. Ma anche in questo caso: ci rimetterebbe il disgraziato che voleva vendermi il Made in China di turno, e il suo governo non lo saprebbe nemmeno.

Altra domanda interessante che ho sentito senza vedere l’uomo che la poneva (odio quelli che si voltano a guardare chi parla: mi immedesimo nell’oggetto di tanta curiosità): Quale era il metodo di scrittura di suo marito? Secondo me, il tipo ha qualche velleità di scrittore, perché questa domanda avrei voluto farla io…

Viaggiava sempre con un blocchetto degli appunti, dove annotava tutto, anche le chiacchierate in cui si dilungava con tassasti e passanti e suore (le suore: silenziose testimoni di disgrazie). Mai parlare con chi detiene il potere, perché non ti dirà mai la verità. E, aggiungo io, questo vale a tutti i livelli. A partire da “Buonanotte sig. Lenin”, fonte di libri sono stati i suoi diari (faccio presente che anche i due libri della Staude “Giorni cinesi” e “Giorni giapponesi” sono resoconti diaristici, ma ne parlerò quando li leggerò). Certo, non sono i diari che ho scritto io fino ad oggi… sob!

Poi la presentazione è finita e mi sono avvicinata per farmi fare l’autografo. Prima di me, la Staude è stata interpellata da una signora con un corto impermeabile bianco che le avrà fatto non so quale proposta cultural-letteraria. E mi sono detta: ci sono anch’io! Già mi vedevo chiederle, sempre in tedesco, se potevo lasciarle il mio numero di telefono per farle un’intervista da pubblicare nel blog, un anticipo di quello che sarebbe potuto diventare un carteggio stile Ottocento… E, raccolto il coraggio a quattro palmenti, mentre mi augurava tanta serenità nella prima pagina bianca del libro, le ho detto che avrei riportato il resoconto della serata nel mio blog. Lei, molto gentilmente, ha sorriso e ha detto: “Ah, bene, grazie!”. Prego.

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