Storia di amore e di tenebra, Amos OZ

Ci sono elementi prettamente ebraici, del neonato stato di Israele, ad esempio, la lingua che è ancora insicura e che si forma pian piano; vicini di casa che studiano testi antichi in decine di lingue, vive o morte, ma che non sanno cambiare una lampadina; un impiegato delle poste che raccoglie materiale per uno studio su un poeta (come i nostri impiegati delle poste, vero?); il bambino che vuole diventare un libro per paura che, in quanto essere umano, qualcuno prima o poi lo uccida; il deserto e il monte di Tenebra e tutti i vicoli e le strade dai nomi, per noi, astrusi…

Poi ci sono gli elementi universali. Per me è universale una donna, la madre di Amos Oz, che cade in una depressione sempre più paludosa, di cui i medici non capiscono le cause, e che alla fine si suicida. Per me sono universali gli anni tenebra (al posto degli anni-luce) che separano i componenti di una famiglia che, pur volendosi bene, non sanno nulla l’uno dell’altro. Per me è universale, in 627 pagine scritte, il Non Detto. Perché in 627 pagine fitte di lettere e frasi e periodi e paragrafi, Amos Oz quasi tace a riguardo dei suoi sentimenti nei confronti del padre e delle crisi della madre, limitandosi ad accenni qua e là. Insomma, in un’opera che mi è sembrata più scritta per sfogarsi che per darla alle stampe, i silenzi sono le parti più inquietanti: come se oltre a quello che ha raccontato sui suoi genitori (che descriveva necessariamente solo ai comportamenti esterni) il Non Detto debba rimanere segreto. È un po’ quello che succede a tutti: quando si riesce a parlare di qualcosa, il problema viene affrontato. Quando si tace…

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