La missione teatrale di Wilhelm Meister, di Goethe

Guglielmo Meister nasce in una famiglia di commercianti e fin da piccolo mostra una spiccata inclinazione per il teatro e l’arte. Da dove nasceranno vocazioni simili quando tutti ti danno contro, non lo scopriremo mai… ad ogni modo, quando si rassegna a intraprendere la professione di famiglia, per un puro caso finisce in una compagnia teatrale, e qua rimane. E’ interessante la parte in cui si trova di fronte all’alternativa se compiacere un potente mecenate o se lasciare libero sfogo alla propria arte nello scrivere un canovaccio o nello scegliere l’argomento di un discorso da sottoporre al principe per accalappiarne la benevolenza: riesce a farlo senza abdicare troppo alle proprie convinzioni (questo lo vedrei poco realizzabile nel nostro tempo mediatico). Soprattutto mi è rimasto impresso il fatto che Meister può liberamente dedicarsi alla sua vocazione solo quando i legami con la famiglia di origine sono tagliati, il padre morto, l’azienda di famiglia nelle mani salde del cognato, e tutti che lo credono disperso in guerra: prima di essere a conoscenza di questa situazione, viveva sempre coi sensi di colpa per il lavoro di riscossione crediti che aveva messo da parte.
Questa dovrebbe essere la prima versione di un romanzo che ha visto varie stesure, e infatti alla fine resta il dubbio che alcuni nodi non siano sciolti, soprattutto il nodo sentimentale (quante donne, troppe!), però al di là della fabula, rimangono impresse le riflessioni di Goethe sull’arte:
“Come ti sbagli, mio caro amico, se tu credi che un tale lavoro, che a concepirlo ti occupa tutta ‘anima, possa esser fatto in ore rubacchiate e interrotte. No, il poeta deve vivere tutto per sè, tutto per le cose sue predilette.”
“La passione innata per la poesia, come ogni altro naturale istinto, non può esser repressa senza rovinar la creatura”
“Lo spirito si travaglia, si affanna sempre a cercare come potrebbe giungere a uno stato di libertà e di purezza integrale, e le contingenze del momento lo costringono ognora ai negozi di mezzo carattere, ascosi, forse anche obliqui: ad appigliarsi a un male invece che all’altro e, nei casi più fortunati, a capitare dalla padella nella brace. Quando ciò si ripete con insistenza, ne subiscono il dominio i migliori cervelli, e gli uomini impulsivi e appassionati ne sono cacciati in una sorta di demenza che col tempo diventa del tutto inguaribile”.
Goethe ne scrive come di mali conosciuti per esperienza diretta.

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