Il demone della politica, Pietro del Soldà

Ci sono tanti argomenti interessanti, ma essendo le dieci di sera (com’è che non riesco una volta a mettermi a scrivere a un’orario decente?) devo limitarmi a quello che ho trovato più “utile”: la Verità. Non mi ero mai resa conto che la definizione usuale di Verità è posta in termini di corrispondenza tra due concetti, per cui è vero qualcosa che coincide con qualcos’altro. Una favola non è vera, perchè nella realtà le fate non esistono, dunque c’è un confronto tra la favola e l’esperienza comune. Diventare adulti, sia al tempo di Socrate che oggigiorno, significa smettere di credere alle favole. Bisogna credere in una unica Verità, uguale per tutti perchè il riferimento è lo stesso, ed è il mondo esterno. Sia ai tempi di Socrate che oggigiorno credere a qualcosa che non sia verificabile è segnale di stranezza, pazzia, atopia. Eppure secondo Platone chi non riesce a credere alle chimere, perde il tempo della conoscenza di sè… perchè?
Ci sono tre arti per poter conoscere qualcosa: l’arte del fare, dell’imitare e dell’usare. Un letto si può costruirlo, si può dipingere o ci si può dormire sopra. Chi conoscerà davvero il letto: il falegname, il pittore o… il dormiglione? Ebbene, solo chi fa buon uso del letto potrà dire di conoscerlo. Si arriva così a dire che “io sono le cose di cui faccio esperienza”, e salta l’uso denotativo del concetto di Verità, perchè non si rimanda più a qualcosa di esterno. E mi viene in mente un collegamento con il bushido: la spada del samurai è la sua anima, e regola aurea nella via dell’onore è che il samurai deve usare la sua spada, non deve lasciarla nel fodero, così come bisogna mettere alla prova a propria anima, altrimenti arrugginisce. E il collegamento sorge spontaneo anche con le persone: quando posso dire di conoscere qualcuno? Quando l’ho prodotto/generato/partorito? O quando lo “imito”, limitandomi a pensare a lui e a riprodurlo nei miei pensieri? O quando lo “uso” e ne faccio esperienza?
Dunque Verità come “uso”, come AZIONE. L’azione conoscitiva per eccellenza in Platone è il dialogo, tutto il resto è “perdere il tempo della conoscenza di sè” (ho la fissa di avere sempre poco tempo!). Applichiamo questi pochi concetti all’hic et nunc: che cosa sto facendo io? Qui e ora? Scrivere in un blog è pura imitazione. Non è conoscenza di sè, perchè non è dialogo, ma monologo. Ecco, diciamola tutta: questo Dialogo tanto osannato da Platone mi convince? Sì a livello mentale, ma non riesco a farlo mio e, come tutte le cose, se non le metti in pratica non le capisci fino in fondo. Un po’ per percorsi di vita, che mi hanno portata ad essere un’orsa (grizzly) incapace di esprimersi in italiano corrente; un po’ perchè… bè, insomma, neanche Socrate dialogava con tutti, perfino lui aveva bisogno delle persone giuste con cui allacciare la philia e cercava esponenti delle schiere divine per i vicoli di Atene. E voi, quante frotte divine avete trovato nella vostra vita?
Platone letto in questo modo ti manda in crisi. Più di due millenni di storia e il problema dell’uomo è sempre lo stesso, ma attenzione che qua non si parla dell’uomo in generale, come categoria astratta, qua si parla di me, di te, di lui, di lei, di ognuno di noi. Mi fa sentire una merdaccia fantozziana, perchè io tutto mi sento tranne che armonica. Riconosco in me tutti i lati peggiori degli interlocutori di Socrate, i rossori, gli scatti di rabbia, le fughe dal dialogo, tutti sintomi di una personalità scissa. No, non è la scoperta delle dieci e mezza di sera del 20 dicembre 2010, questa è tutta roba vecchia. Una volta pensavo di aver bisogno di uno psicologo. Forse però la soluzione è che devo smetterla di raddrizzare gli ippocentauri e mettermi in testa che le tensioni platoniane non devono mai essere prese troppo sul serio. Forse.
Forse la soluzione migliore è di partecipare al prossimo concorso da velina. Vincerei il primo e il secondo premio. Perchè con una come me, di veline ne vengono fuori due.

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