Diario clandestino, Giovannino Guareschi

Piacevole scoperta, questo Guareschi, questo comico-da-lager. Non si tratta del diario pedissequo delle giornate nel campo: una cronaca del genere l’aveva scritta, ma l’ha distrutta, e il diario riporta solo i brani che ha testato con la lettura ai suoi compagni di sventura; un dolce tentativo di ribellarsi alla noia che non solo li ha inghiottiti, ma li sta già digerendo: “Questa noia incessante, come avere al collo un cappio che non si allenta. Questa miseria senza speranza, questo malessere che impregna di tristezza ogni ora del giorno e della notte. In due mesi, avvenimenti di formidabile importanza si sono succeduti incalzanti, ma qui è come buttare pietre in una pozzanghera d’acqua limacciosa: un breve turbamento nella melma, poi tutto ritorna irrimediabilmente fermo come prima, nè traccia rimane”.
La dolcezza di sottofondo si fonde con quello che resta, in ogni tempo e in ogni luogo, l’unico rimedio contro la noia: la fantasia. Ed ecco i personaggi inventati, il figlioletto che va a trovarlo di notte e che gli porta la sorellina appena nata; il bambino che esce dalla foto e gli fa compagnia fino a quando ritrova la tomba del padre morto; il sasso con cui ha appuntamento alle 15 del giorno dopo per farsi rotolare; i tragicomici ritratti dei compagni e delle loro fisime, ingigantite dalla vita-non-vita all’interno del reticolato; i tentativi maldestri di laureati e studiosi affamati, a liberazione avvenuta, di uccidere un maiale per impiccagione… Riesce a far sorridere anche sul dramma di un pacco di viveri arrivato rotto, e sulla fame.
Però non si scappa: si sorride ma non si scappa. Non si scappa dalla fame: “Sento anche la fame di dopo. Vado da un filo all’altro, ho le mascelle serrate, ma questo vento maledetto ulula nel mio stomaco deserto, come libeccio in una grande conchiglia abbandonata sulla sponda del mare. Questa maledetta aria del nord mi entra da tutti i pori, e io sono oggi un enorme otre, e il vento vi si incanala e fa mulinello nel vuoto della mia fame”.
Non si scappa dalla tristezza inoculata dal suolo tedesco: “sono stanco di fare l’italiano”. “qui il cielo non esiste quasi mai: per lo più un fondo di color grigio neutro, che par fatto apposta per dare maggior risalto alla romantica tetraggine d’un paesaggio tipo incisione ottocentesca, il quale giustifica la smania di evasione e di conquista che anima questa gente”. “Dovunque guardi, sullo sfondo scopri la torretta, vigile e onnipresente come l’occhio di Dio. Di quel Dio che – essi dicono – è con loro, e che è molto diverso dal nostro, e che ha un nome misterioso e grottesco: Gott.” Non si scappa da questo eterno naufragio, parola che ricorre spesso nel testo.
Eppure… Eppure…
“Signora Germania, tu mi hai messo fra i reticolati, e fai la guardia perchè io non esca. E’ inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perchè entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti. Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. E’ inutile, signora Germania (…). C’è una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione, il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina. Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perchè il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perchè volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto. L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te, signora Germania”.
Oserei dire (oso proprio): invidiabile.

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