L’insoddisfatta

Prima che arrivassi io, il posto era occupato da Maria. Avremmo dovuto convivere nello stesso ufficio per due settimane, il tempo che lei mi trasmettesse quelle poche nozioni che mi avrebbero permesso di continuare da sola il lavoro. Poi lei se ne sarebbe andata. Aveva presentato la lettera di dimissioni “per motivi personali”: così si dice, quando non puoi spiegare che non riesci ad appoggiare il piede sulla soglia dell’azienda al mattino senza che lo stomaco ti si riempia di succhi gastrici che vogliono uscire. Maria cercava un altro posto da tempo e l’aveva trovato quando ormai era al collasso mentale. Rideva e piangeva con la stessa facilità di un bambino, ed era talmente piena di risentimento verso l’azienda che quando parlava di uno dei titolari tratteneva la voce dietro ai denti, come se il semplice fatto di non pronunciarne apertamente i nomi fosse stato un modo per privarli di qualcosa, qualunque cosa, anche un suono che loro non avrebbero mai sentito.
La prima volta che il direttore mi accompagnò a vedere quello che sarebbe stato il mio ufficio, un acquario di un metro per due simile ai bugigattoli dei portieri, lei era seduta alla scrivania con la schiena curva, il telefono attaccato all’orecchio e la voce alterata tra il pianto e la rabbia che argomentava in inglese sull’impossibilità di una data di consegna. Dopo qualche minuto sbatté la cornetta con un rumore appena scheggiato dal drin del telefono, e mi concesse la sua attenzione, senza raddrizzare la schiena. Mi guardava da sotto in su e non capivo se il suo era uno sguardo di sfida, compassione o, per qualche motivo, disprezzo.
Il mondo, ma anche quello che lo circondava, era il bersaglio per tutto l’odio che si portava dentro. Non posava mai gli occhi su qualcuno senza dar l’impressione di sapere qualcosa di sporco che, agli occhi degli altri, non affiorava in superficie, e, quando parlava, sputava fuori le parole imprimendo alle sillabe velocità tali che, intersecandoti la vita, ti avrebbero investita con la potenza di un SUV in autostrada.
Mi chiesi subito se quel livore era dovuto alle maialate che le avevano combinato in azienda: me lo chiesi, però, con una punta di egoismo giustificata dal fatto che io sarei dovuta subentrare al suo posto. Per quanto mi sforzassi, dopo due giorni che la conoscevo, non riuscivo a provare nessuna compassione per l’astio malato che la invadeva. Neanche quando seppi che aveva gettato la fede d’oro nel cesso, la compatii: lo trovai un gesto teatrale, io che di solito prendo sempre le difese dei cornificati. Ma i gesti teatrali si fanno davanti a un pubblico, e quell’anello che cadeva nella tazza me lo immaginavo descritto decine e decine di volte, come stava facendo con me, a una platea che, non avendo presenziato all’atto, ora doveva assistervi con le orecchie.
Era stato un gesto compiuto per essere narrato.
Negli anni incui rimasi in quell’azienda, ebbi la prova che molte vigliaccate che Maria aveva vissuto erano vere e ripetibili, e, nonostante ciò, ancora oggi soffro di sensi di colpa per non provare alcuna empatia nei confronti di una vittima così naturale. Al posto dei sensi di colpa, vive la paura ingombrante di diventare, un giorno, piena di risentimento com’era quell’impiegata dalla schiena curva che incontrai il mio primo giorno di lavoro. Perché sono atteggiamenti che vedi e giudichi negli altri, ma quando ci scivoli dentro tu, lo fai senza rumore nè attrito, e, senza accorgertene, ti trovi inguantata nel ruolo dell’insoddisfatta che non ha neanche la consolazione di suscitare pietà.

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