Il televisore di Nonna Rosa

Nonna Rosa non capiva che il televisore non conteneva nessuno.
“Ma quante persone ci stanno là dentro?” chiedeva ogni volta che ci passava davanti.
“Neanche una, nonna: non sono là, sono da un’altra parte. Pensa a uno specchio: non c’è nessuno dietro il vetro.”
Lei alzava le spalle perplessa e proseguiva la sua strada in direzione del corridoio o della camera: non si fermava mai davanti al televisore acceso, diceva che si sentiva osservata: “Mi guardano. Per cosa ci siamo portati a casa tutti questi guardoni, non lo so!”
“Mamma, nessuno ti sta osservando; fanno il loro lavoro e non ti possono vedere,” cercava di spiegarle il figlio.
“Fingono di non guardare, poi quando spegni spettegolano tra di loro sulla nostra carta da parati.”
Nonna Rosa spolverava in continuazione, da quando si alzava alla mattina a quando andava a letto la sera: teneva lo straccio sul comodino, non fosse mai che si fosse svegliata di notte e si fosse accorta di un velo di polvere sopra il comò. Lo passava su ogni mobile della casa, in orizzontale, in verticale e in diagonale, alternando strofinamenti energici con movimenti più delicati, quasi ci fosse bisogno di attivare la circolazione su una superficie di legno o di formica. Avrebbe spolverato pure i nipoti, se avesse avuto le gambe ancora abbastanza forti per rincorrerli. Eppure il suo straccio non aveva mai sfiorato il televisore. Lo evitava come se i materiali di cui erano fatti, avvicinandosi l’uno all’altro, avessero potuto innescare un processo a catena che si sarebbe risolto in un fungo nucleare.
Nonna Rosa si era dichiarata sempre contraria all’acquisto del televisore. Era di carattere piuttosto mite e sorprese la famiglia intera quando urlò con tutto il fiato che i comunisti sarebbero entrati in casa attraverso la “scatola maledetta”. Il figlio e la nuora litigarono con lei per mesi e mesi, poi un giorno comprarono il televisore e lo portarono in casa senza preavviso. Nonna Rosa, troppo orgogliosa per ammettere la sconfitta, si limitò a dichiarare che quella del Bar Da Mimmo era più grande, e da allora non alzò più la voce. Però da quel momento si sentì investita di una missione.
Il pericolo comunista, la guerra nucleare e i cinesi erano piombati in salotto e lei si era assunta il compito di vigilare sull’incolumità della famiglia: l’”affare” non usciva mai dal suo campo visivo quando era accesa. Spostò il crocifisso dalla cucina al salotto davanti alla “scatola del diavolo” a mo’ di esorcismo e quando venne il prete a Pasqua, la fece benedire: “Don Gino, abbondi pure con l’acqua santa. Se serve, ne ho ancora dentro l’armadio”.
Le sue amiche Clotilde e Stefania, due vedove che passavano a trovarla ogni domenica dopo la messa, la invidiavano profondamente per quel lusso fuori dal comune che il figlio aveva potuto permettersi in qualità di notaio del paese: loro erano ancora costrette ad andare Da Mimmo perché con la pensione non potevano pensare a pazzie del genere. Invano la nonna aveva cercato di convincerle della pericolosità dell’”affare”: le due donne si lanciavano un’occhiata tra loro e, una volta fuori, andavano a dire alla fruttivendola che la Rosa “da finta modesta s’è montata la testa!”.
Ma lei, pur sapendo delle chiacchiere che giravano alle sue spalle, non si scomponeva e continuava la sua lotta casalinga: “Abbassa il volume!” ordinava ai nipoti se sentiva nominare il nome di “Cruscef”, mentre se il telegiornale accennava al “Chennedi” o al Papa, il volume non era mai troppo alto. Il tutto senza mai posare gli occhi direttamente sul televisore. “Cosa interessa a me di quello che fanno nel paese dei guai…”, borbottava mentre spolverava le gambe del tavolo.
“Paraguai, nonna. E questo è un quiz, serve per testare la cultura”, le diceva Giacomo, il nipote più grande.
“E’ lo stesso. A me basta sapere se domani piove, altrimenti devo bagnare le zucchine. È l’unica coltura che mi interessa.”
“Questo la televisione te lo dice, basta ascoltare le previsioni del tempo.”
“Non mi serve la televisione. Mi basta il colore del tramonto, ho sempre fatto così, così faceva mio padre e così farai tu.”
“Ma nonna, io lavoro alla Fiat…”
“E allora? Non c’è il cielo, sopra la Fiat?”
L’ultima parola ce l’aveva sempre lei.
Un giorno arrivò suo marito. La nonna era vedova da vent’anni, ma all’uomo non interessava: arrivò lo stesso e si presentò nel peggiore dei modi possibili, chiamando la moglie dallo schermo della televisione. “Rosa!”
La nonna stava spolverando la terra dei ciclamini con lo straccio della domenica, e quando riconobbe la voce si raddrizzò sulla schiena. “Rosa, ancora questa fissazione della polvere! Guardami, Rosa.” La donna non si mosse. “Cosa ti prende? Sono due decenni che non mi vedi e non mi senti, non ti sono mancato?”
“Mi sei mancato e mi manchi ancora, ma non sono questi i modi di presentarsi.”
“E come dovevo venire? Sono morto, non te lo ricordi?”
“I morti restano nelle bare, non entrano negli affari elettronici. Non potevi apparirmi in sogno come fanno tutti i mariti delle mie amiche?”
“Soffri d’insonnia, e quel poco che dormi, sogni sempre polvere, stracci e nipotino, per me non c’era posto.”
“Va bene, va bene. Ti serviva qualcosa?”
“Volevo salutarti, farti sapere che dove sto, sto bene, e lasciarti qualche numero da giocare al lotto, come fanno tutti i defunti di solito, no?”
“Non mi puoi raccontare com’è il paradiso? San Pietro ha davvero la veste bianca e la barba lunga come i quadri in chiesa? E gli angeli hanno le ali?”
“Non ho detto che sto in paradiso. Ammetterai che è anche un po’ colpa tua, mi hai fatto saltare in aria abbastanza spesso, ma qui non si sta male. Si prega tutto il giorno: è rilassante. Tra un po’ dovrebbero promuovermi.”
Nonna era devota ma non era mai diventata bigotta, e a questa uscita del nonno storse il naso: se si prega tutto il giorno, chi pulisce il purgatorio? Chissà che polvere, da quelle parti, pensò. Il buonanima le lesse nel pensiero: “Se devo essere pignolo, neanche questa televisione è uno specchio!”
Questo la punse sul vivo: “Non si spolvera la spazzatura.”
Il nonno, che neanche da vivo capiva mai quando doveva mollare la presa, le rispose: “Ma prima stavi spolverando il vaso dei ciclamini!”
“Spolveravo la terra, toglievo i pilucchi. Bisogna rispettare la terra, è quella che ci dà da mangiare.”
“Qua hai ragione.” Ci fu un momento di silenzio, poi il nonno ricominciò: “Dimmi, te li ricordi i miei pomodori?”
La nonna fece un sorrisetto. Cominciò a spolverare i petali bianchi che si piegavano sotto lo straccio come bambini ubbidienti, e poi disse: “Certo che me li ricordo… sai che non abbiamo più l’orto? Tengo solo una pianta di zucchine sul balcone, e anche quella me la fanno sudare ogni anno, perché dicono che fa troppe foglie e quelli di sotto si lamentano. I pomodori ora li compriamo. Sanno di vernice secca.”
“Nonna, con chi stai parlando?”, chiese Luigino, il nipote di quattro anni entrando.
La donna si alzò in piedi e, per la prima volta dopo anni, posò gli occhi sul televisore. Lo schermo traballava di righe bianche e nere mandando un ronzio da vespa stanca.
“Da sola. I vecchi parlano sempre da soli.”
“Ah…” disse Luigino deluso. “Pensavo parlassi col nonno”, e si buttò sul divano a giocare con la Playstation.
“E tu che ne sai del nonno, se non lo hai mai conosciuto?”
“Dal vero no, ma ogni tanto chiacchieriamo attraverso il televisore.”
La nonna trattenne un risolino. Il vecchio aveva sempre desiderato un nipote, perciò non si poteva fargliene una colpa se si era presentato prima a Luigino che a lei. I ciclamini ormai brillavano di luce propria, le zucchine le aveva innaffiate al mattino, la cena era pronta e la nuora aveva già stirato le camicie: non c’era niente altro da fare. La donna ripiegò lo straccio rassegnata.
Lo schermo sfrigolò in un balzo da zebra imbizzarrita, e si spense da solo. Nonna Rosa si avviò verso la cucina, lentamente, come se i piedi fossero stati magnetizzati e il pavimento di ferro. Poi cambiò idea e si fermò davanti al televisore. L’apparecchio era più grosso di lei e lo schermo bombato ricordava la pancia di un Buddha privo di ombelico. Lo straccio le cadde dalle mani e si allargò sulle piastrelle: i riflessi cangianti della stoffa tradirono la sua natura setosa e la nonna arrossì. Quella blusa era un regalo da parte di sua sorella per il matrimonio, ma lei non l’aveva mai indossata perché troppo lussuosa per una contadina del basso Polesine che si alzava al canto del gallo e andava a letto con le galline, trascorrendo il tempo intermedio tra orto e pollaio, avvolta da puzza e penne. Quando si trasferirono in quell’appartamento, poi, lei era ormai troppo gonfia di grasso e di anni per poter indossare un indumento del genere. L’aveva conservato per ricordo e poi lo scelse come straccio della domenica, tanto per tenersi quel poco di lusso da santificare le feste. Però restava una blusa di seta, e se l’avesse indossata a una sagra dell’epifania, le comari se la sarebbero mangiata con gli occhi.
“Un libretto di istruzioni ci vorrebbe, per certe cose…”, disse tra sé.
“Stai parlando con me?” chiese Luigino senza alzare gli occhi dalla Playstation.
“No. Ti ho detto che i vecchi parlano da soli!”, e iniziò a spolverare il televisore in orizzontale, verticale e in diagonale, con strofinamenti energici o con movimenti più delicati, come se sotto lo straccio ci fossero alternati, il Papa e “Cruscef”.
A Luigino si bloccarono i pollici sui tasti: “Nonna! Che fai?”
“Voglio vedere se la prossima volta tuo nonno si lamenta ancora che il televisore è impolverato!”
Luigino rise, la paralisi dei pollici gli guarì all’improvviso e lui tornò a esercitarli sui tasti della Playstation, come se un morto che parla dallo schermo televisivo fosse la cosa più naturale del mondo.

Serena Gobbo (racconto vincitore dell’edizione 2011 del Premio Guareschi)

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