Riflessioni su “Il mondo deve sapere” della Murgia

Riporto un paio di citazioni.
“Se te ne vai non è perché ti dissoci e questo mondo ti fa schifo. No, ovviamente è Perché non sei all’altezza del ruolo”.

Mi viene in mente l’azienda in cui lavoravo prima. Quando mi sono licenziata, l’ho fatto perché non ce la facevo più di insulti gratuiti e infondati, visto che portavo avanti (tanto per cambiare) il lavoro di due persone. Il titolare era collerico e anziano, il nipote era un arrivista, la sorella era un’arricchita, la figlia una che pensava solo a vestirsi bene (e ci riusciva!). Ma quando mi sono licenziata, la versione ufficiale che è stata fatta circolare tra i dipendenti è stata: se ne è andata perchè voleva farsi una famiglia. Io? Sono andata a lavorare da un’altra parte, mica a fare la casalinga… E anche se fosse stata questa la verità, perché la distribuisci in giro come la descrizione di una che – come dice la Murgia – “non ce l’ha fatta”?
Il fatto è che qui nel Nordest (nelle altre parti d’Italia non lo so, non ci ho mai lavorato), chi abbandona l’azienda è un traditore, anche se non si usa mai la parola.

“A nessuno di questi cosiddetti perdenti viene dato modo di salutare i colleghi, per timore che abbiano a svelare le loro demotivanti motivazioni al gregge delle ‘persone di successo'”.

Sempre nell’azienda precedente: i titolari vedevano di cattivo occhio il fatto che alle cene aziendali, quelle organizzate dagli operai e dagli impiegati, fossero invitati gli ex dipendenti. Come se fossero dissidenti politici o persuasori comunisti.
Ma allora, leggendo la Murgia, mi rendo conto che questi difetti non sono solo del Nordest. La Kirby adottava sistemi americani, ma che facevano leva su archetipi familiari: cosa caratterizza la famiglia? Secondo me, il legame affettivo. E se l’azienda vuole copiare la durabilità tradizionale (che poi oggi è tutta da rivedere) della famiglia, allora ne ricopia gli schemi affettivi. Col risultato che si pone come obiettivo il controllo non solo del tuo corpo, del tuo tempo, dei tuoi vestiti e della tua intelligenza, ma anche delle tue emozioni.
Parlo sempre dell’azienda in cui stavo prima: la ragazza che se ne andava quando sono arrivata io, era al limite. Si metteva a piangere ogni due per tre, aveva un tumore ai polmoni, odiava tutti e tutti la odiavano là dentro, perché era sopravvissuta a vari tentativi di mobbing. E, cosa che mi aveva lasciata allibita (io povera ingenua al primo lavoro serio) era questa: l’avevano ufficialmente richiamata perché il nipote l’aveva trovata in montagna in gita con un operaio. “Noi non gradiamo le relazioni tra operai e impiegati. E poi, lui è sposato.”
Detto da una ex ragazza madre, non è male, ma non è questo il punto. Il problema che si poneva la direzione era davvero l’eventuale complicazione dei rapporti interpersonali in azienda o piuttosto si trattava del semplice atteggiamento paternalistico di chi, pagandoti lo stipendio, pensa di poter controllare tutto di te?

1 Comment

Filed under Libri & C.

One response to “Riflessioni su “Il mondo deve sapere” della Murgia

  1. I rapporti interpersonali sul luogo di lavoro sono sempre complicati e gli equilibri delicati, qualunque sia il livello in cui ti inserisci. Ottenere rispetto per quello che si fa e si è è anche più difficile del lavoro stesso.

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