Puttane e ruffiane

Cito da “Le cortigiane nell’Italia del Rinascimento” (ed. Bur).

“(…) la fortuna della ruffiana, così come della cortigiana peraltro, poggia interamente sull’arte di fondersi nella società e di imbottire a tutti la testa di chiacchiere. Il suo ideale è così espresso: ‘E così io con destrezza vinsi la castità, ruffianando senza ruffianare: la quale arte è sottile più che quella de la seta, e dotta e laudabile e sicurissima’. Mancando, a differenza della cortigiana, di quelle grazie che consentono di valorizzarsi e di farsi eventualemnte perdonare i brutti tiri che potrebbero rovinarne la reputazione e il commercio, la ruffiana deve diventare un personaggio; deve forgiarsi una fama che deve attirare la clientela e nel contempo consentirle di defilarsi nelle situazioni delicate in cui prima o poi la fanno capitare i suoi maneggi. Per questo la sua esistenza quotidiana è un continuo e ostinato lavoro di penetrazione sociale. Per riprendere un paragone caro alla Comare, deve unire all’astuzia e alla prudenza della volte l’industriosa pazienza del ragno. come la volpe deve assolutamente evitare la caccia nelle immediate vicinanze della sua tana per non correre il rischio di farsi prendere, e inoltre, così come comincia con l’ammazzare il gallo perché nonne annunci la presenza all’intorno, la ruffiana deve, quando siintroduce in un qualche ambiente, evitare che si scatenino scenate che potrebbero aizzare parenti e vicini”.

Sembra facile a leggerlo. Ebbene, credetemi: non sono cose da tutti. Ruffiane (e puttane) ci si nasce.

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