Precariato e sfoghi

Ho iniziato a leggere “Il mondo deve sapere” della Murgia: le avventure/disavventure di una telefonista. Anche io ho lavorato in un call center, vendevo (verbo usato a sproposito, se troverò il tempo un giorno lo spiegherò) tappeti. Uno degli articoli che mi interessano meno dopo le scarpe, i vestiti, e gli stampi di sottovasi. Appena laureata, per quanto con lode e bacio accademico, che cavolo fai, la top manager? Però a casa ho dovuto inventare un lavoro un po’ più prestigioso, con tutte le difficoltà del caso, visto che uscivo di casa dalle 11 alle 14.
In tre mesi che sono rimasta là, se ho organizzato un appuntamento, è tanto. Perché non si può intortare la gente se tu per prima non compreresti quello che devi vendere. E questa è la prima differenza rispetto alla Murgia, che invece era un’acchiappa-appuntamenti di prima. La seconda differenza, è che lei (almeno in queste prime pagine) era consapevole dell’opera di manipolazione a cui le ragazze erano sottoposte. Io non lo ero del tutto. O meglio: cercavo di autoconvincermi che i tappeti della Globettitalia fossero i migliori sul mercato, ma io non ci capisco una cipolla di tappeti. Quello su cui mi hanno fregato sul serio, è che mi hanno fatto credere che in quel settore si potesse davvero fare carriera. Non eravamo ai livelli della Murgia con i cartelli motivazionali appesi ai muri, ma la capo-telefonista era davvero convinta dell’importanza MORALE di organizzare gli appuntamenti, e ti convinceva subliminalmente che anche tu un giorno avresti potuto raggiungere il suo posto. A capotavola.

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