Noi mezze calzette

Quando Paul Auster non era ancora lo scrittore conosciuto in mezzo mondo quale è adesso, arrancava per mettere insieme il pranzo con la cena. Tra le sue varie avventure lavorative, imbottito di teoria da self-made man come erano (sono?) tutti i giovani americani, una volta cercò di sfondare lanciando un gioco di carte. Dovendo presentare al mondo la sua creatura, si intrufolò alla New York Toy Fair, la più famosa fiera del giocattolo a livello mondiale e, grazie a contatti e parentele, riuscì a fissare un appuntamento con un caporione di una grande multinazionale del giocattolo al quale avrebbe spiegato il gioco. Ebbene, l’incontro con questo business man ben rappresenta la sensazione di piccolezza che prende noi mezze calzette impiegatizie quando siamo faccia a faccia con i miliardari alla fiera del mio settore. Sentite cosa dice (non vi serve la traduzione vero?): “My talk with the company president turnet out to be one of the shortest meetings in the annals of American business. It didn’t bother me that the man rejected my game (I was prepared for that, was fully expecting bad news), but he did it in such a chilling way, with so little regard for humand decency, that it still causes me pain to think about it. He wasn’t much older than I was, this corporate executive, and with his sleek, superbly tailored suit, his blue eyes and blond hair and hard, expressionaless face, he looked and acted like the leader of a Nazi spy ring. He barely shook my hand, barely said hello, barely acknowledged that I was in the room. No smal talk, no pleasantries, no questions. ‘Let’s see what you have,’ he said curtly, and so I reached into my briefcase and pulled out the cigar box. Contempt flickered in his eyes. It was as if I had just handed him a dog turnd and asked him to smell it.”
Paul Auster non fa neanche in tempo a spiegare la prima regola del gioco che il tizio gli dice che può andare. E glielo ripete, anche. E lo scrittore inizia mogio mogio e vergognoso a raccogliere le sue cartine: “Without another word, he turned and left me with my cards, which were still spread out on the table. It took me a minute or two to put everything back in the cigar box, and it was precisely then, during those sixty or ninety seconds, that I hit bottom, that I reached what I still consider to be the low point of my life”.
Capito? Il punto più basso della sua vita non è stato il momento in cui puliva cessi o cambuse di navi, ma è stato il momento in cui un altro uomo, al pari di lui, solo più ricco, lo ha umiliato davanti agli altri, snobbando la sua persona, i suoi sogni, le sue paure.
Ci resto ancora male io, per lui! Perché tipi del genere, che ti giudicano da come sei vestito o dall’auto che guidi, esistono. Sembrano strappati da un film della Paramount, e invece ci passano accanto in autostrada e ci rifilano il loro biglietto da visita quando noi, povere mezze calzette impiegatizie, gongoliamo in uno stand che ti strappa gli occhi, da quanto è illuminato, e ci sgoliamo a spiegargli il rotational moulding di un articolo e la cataforesi di un altro.

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