Un giro per mercatini dell’usato.

Mi piace visitare i mercatini dell’usato. Non mi fermo a guardare lampade liberty, né caschi da palombaro russo, né quadretti del Papa ricamati a mano: punto dritta alle bancarelle dei libri e là mi fermo, li guardo uno ad uno, li annuso, leggo le quarte di copertina.

È stato così che il mese scorso ho incontrato Lord Bertrand Russell e il suo “Elogio dell’ozio”[1]. Avrei preferito trovare il primo ed il terzo volume della “Storia della filosofia occidentale”: il secondo ed il quarto aspettano da anni i loro fratelli sul ripiano della libreria, e non me la sento di iniziare l’opera se prima non elimino ogni traccia di focomelia. Quei volumi sono i figli di un’incursione a un mercatino dell’usato incrociato per caso in un paese di passaggio, e ora è mio dovere trovare loro il resto della famiglia, anche se dovesse trattarsi di fratellastri di un’altra edizione. Ma tant’è: se ci deve essere qualcuno di ozioso in casa mia, tanto vale che sia Bertrand Russell…

Così, quel libro ingiallito è venuto via con me.

Nella prima pagina si leggeva, in una grafia vecchia, incisa con matita ben temperata: C.A. Mestre 27.11.1963. Chi aveva questo libro prima di me, ho pensato, l’ha acquistato nello stesso anno in cui è uscito. Chissà se l’ha atteso con impazienza o se l’ha afferrato distrattamente nel passare tra gli scaffali della libreria. E ho girato pagina.

Non ho basi di filosofia, ma per quanto mi riguarda, l’appellattivo di page turner, oggi utilizzato per venditori di inchiostro come lo sono tanti scrittori americani e altrettanti comici o veline italiane, non può essere più azzeccato. Sono arrivata al sesto capitolo come in trance: “Scilla e Cariddi, ossia comunismo e fascismo”, dove Russell analizza i motivi per cui non accetta di limitare le scelte politiche a queste due uniche alternative. Inizia con le sue obiezioni al comunismo:

1) (…) Marx credeva che ogni stadio successivo nello sviluppo dell’umanità dovesse rappresentare un progresso; io non vedo perché bisognerebbe credere una cosa simile.

2) (…) Le teorie economiche di Marx non formano un tutto coerente, ma sono imbastite su teorie già vecchie, che egli approva o disapprova alternativamente, a seconda che ciò gli convenga o no per stabilire un capo d’accusa contro i capitalisti.

3) (…) questo culto dell’autorità è contrario allo spirito scientifico.

4) Il comunismo non è democratico. Ciò che esso chiama “la dittatura del proletariato” è in verità la dittatura di una piccola minoranza (…). Un governo si regola sempre a seconda degli interessi della classe dirigente, salvo quando è dominato dalla paura di perdere il potere. (…)

5) Il comunismo libera la libertà, specialmente la libertà intellettuale, più di qualsiasi altro sistema eccetto il fascismo. (…)

6) Vi è in Marx e in tutto il pensiero comunista una indebita glorificazione del lavoro manuale a scapito del lavoro intellettuale. (…)

7) In Marx e nel comunismo vi è tanto odio che, se i comunisti vincessero, non instaurerebbero certo un regime capace di mettere un freno alle rappresaglie.

Passa poi ad analizzare i motivi per cui non accetta il fascismo, con un distinguo: I comunisti si propongono uno scopo che, in linea generale, io approvo. Disapprovo invece i mezzi per ottenerlo. Nel caso del fascismo disapprovo e il fine e i mezzi.

Premettendo che di fascismi ce ne sono tanti quanti i paesi in cui questo regime è andato al potere, secondo Bertrand in tutti i casi si tratta di una dottrina antidemocratica, nazionalistica e capitalistica. È a questo punto che interviene C.A.

Con una scrittura striminzita ma, allo stesso tempo, visibilmente abituata a imporsi, riporta a piè di pagina con un asterisco ustorio la sua interpretazione degli aggettivi utilizzati da Bertrand: Antidemocratica: perché vuole la responsabilità gerarchica; nazionalistica: per non rimanere paria tra i potenti. Capitalistica: perché fa perdere lo strapotere per l’intervento dello stato inserendo le corporazioni. Guarda guarda chi abbiamo qui, mi son detta.

Il dialogo muto continua poco più sotto. Bertrand: Il fascismo è antidemocratico in un senso più fondamentale. Non accetta il principio della “massima felicità per il massimo numero” come giusta base di governo, ma seleziona certe persone o nazioni o classi come “le migliori”.

C.A.: Falso stupido.

Ma chi ha letto queste righe prima di me? Possibile che dalla massa informe degli ectoplasmi fascisti che venivano nominati nei miei vecchi libri scolastici si sia materializzato questo C.A. in carne ed ossa? Possibile che questa sia la scrittura di una di quelle persone che mi è stato insegnato ad odiare e quasi a confondere con i nazisti?

C.A. segue l’analisi di Bertrand, pagina per pagina: Affermazioni gratuite, quante scemenze, balle russelliane. Arriva la definizione del fascismo secondo il mestrino: Unione di tutte le forze sane della nazione per opporsi al comunismo e a tutte le forze disgregatrici della nazione.

Leggo frasi del Nobel paurosamente veggenti, come questa: non credo sia probabile che l’Inghilterra e l’America adottino il fascismo, perché in ambedue i paesi la tradizione parlamentare è troppo forte (…). Non è possibile essere altrettanto sicuri della Francia. Ma mi sorprenderei se la Francia adottasse il fascismo, salvo forse temporaneamente, durante la guerra. Accanto ci sono punti di domanda stizziti.

Sono righe scritte nel ’35, chiosate nel ’63: un intervallo di tempo più ampio della mia età. Righe profetiche che non usano la sfera perfetta di cristallo, ma la sfera imperfetta della testa, contro appunti che, pur alla luce di quanto è già successo, sono ancora incollati a frasi fatte e ad ideologie dagli effetti abnormi.

Vado avanti ad origliare questo scontro tra mondi.

Bertrand: Tutti e due [comunismo e fascismo] sono tentativi compiuti da una minoranza per piegare a forza un popolo in uno schema prestabilito (…). Gli embriologi sono in grado di produrre bestie con due teste, o col naso al posto dell’alluce, ma per questi mostri la vita non è molto piacevole. Allo stesso modo il fascismo e il comunismo (…) deformano gli individui perché vi si adattino; e coloro che non si lasciano deformare vengono uccisi o gettati in un campo di concentramento. (…) gli inevitabili effetti di questa pressione artificialmente esercitata sugli individui si tradurranno in un aumento della crudeltà, o dell’indifferenza, o di tutte e due alternativamente.

C.A. interviene acido: Se l’Inghilterra in India avesse fatto “pressione” e non sfruttamento, ora gli indiani non morirebbero di fame.

Mi sembra di vederlo, questo C.A. mentre legge con la matita in mano. Alza gli occhi al cielo, sbuffa, scuote la testa, ogni tanto lancia esclamazioni ironiche.

Bertrand chiude il capitolo: Se gli uomini pensano davvero che fascismo e comunismo siano le uniche alternative possibili, finiranno col diventarlo; se pensano altrimenti, non lo diventeranno.

Anche C.A. chiude i suoi commenti con un ultimo pensiero: Confondere i due movimenti è inesatto, anche se ambedue tendono ad elevare il livello dei popoli. Pretendere che la democrazia anglosassone possa ancora servire da modello è pretendere di fermare la storia. L’Inghilterra ha fermato il processo di dissoluzione della vecchia società capitalistica, ma il corporativismo sarà l’avvenire della società. Onore al lavoro di tutti e distribuzione a tutti dei frutti del capitale-lavoro.

Non ce la faccio più, prendo la matita e senza alzare la mano per chiedere il permesso, intervengo nel dibattito: Bertrand non “confonde” i due movimenti, non hai letto bene la sua analisi. Fascismo e comunismo intendono “elevare” il livello dei popoli? Dove sta scritto che la democrazia anglosassone viene presa a modello? Bertrand si auspica un socialismo democratico! “Distribuzione a tutti dei frutti del capitale-lavoro”? Ma non eri fascista? Usa il tuo linguaggio e non rubare quello dei marxisti!

Poi mi fermo. Sto litigando. Me la sto prendendo per appunti schizzati più di quarant’anni fa da un uomo schizzato di ideologia e slogans. Gli stretti margini delle pagine non gli hanno permesso di dilungarsi, ma sento che quelle poche frasi sono punte di iceberg, fredde e reali come il ghiaccio che ha affondato il Titanic. I fascisti dei miei libri di storia, invece, erano solo freddi.

Ho difeso Bertrand da qualcuno che forse oggi è già morto, e mi rendo conto di quanto siano vive queste idee. Il libro le ha fatte vivere almeno tre volte: quando Bertrand, essere umano in carne ed ossa, le ha scritte; quando C.A., essere umano in carne ed ossa, le ha lette; e quando io, essere umano in carne ed ossa, le ho rilette.

Mi chiedo chi è, o era, C.A.: un insegnante? Un impiegato comunale? È stato in guerra? Avrà avuto i capelli bianchi quando leggeva queste pagine? Come è finito questo libro sulla bancarella al mercatino? I figli hanno venduto o regalato, alla morte del padre, quello che a loro non serviva più? Oppure si sono liberati di ciò che alimentava ricordi con cui non volevano convivere?

Una curiosità che non ho mai provato per i fantasmi dei libri di storia mi prende e mi fa vagare nel tempo e nello spazio.

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[1] Bertrand Russell, Elogio dell’ozio, Longanesi & C, 1963.

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