La mia vita, di Carlo Carrà

L’autobiografia è stata commissionata al sessantenne pittore Carrà da Leo Longanesi: si sente. Qua non c’è alcun valore letterario, ma solo cronachistico. Carrà parte dal futurismo e poi si evolve per conto suo, passando alla metafisica e andando anche oltre (ma l’autobiografia si interrompe agli anni quaranta). Non rinnega le fasi artistiche del passato, giudicate necessarie (il futurismo in particolare è stato un punto di rottura con il provincialismo italiano dei primi anni del ‘900). Interessanti alcuni episodi, come quello in cui il pittore è stato incaricato di dipingere un naso di rame per una ragazza menomata. E interessante anche il milieu sociale da lui descritto, pieno di artisti di tutti i generi: Strawinskij, Apollinaire, Modigliani, Croce, Matisse, Picasso, Cardarelli, Ungaretti, Bontempelli…

Il capitolo “Parentesi dell’io” è vistosamente qualcosa che non ci sta: un insieme di pensieri e molte banalità slegate tra loro, in cui mancano gli a-capo. Però ne cito comunque qualcuno: “L’arte ha per scopo supremo la sovranità di sentimenti universali. Per questo il grande artista è una individualità ed una pluralità”. Oppure: “Pare ormai che la gloria sia stata il privilegio delle età remote e che l’artista moderno possa soltanto aspirare alla celebrità”.

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