Intervista con la scrittrice Dina Rabadi

Dina Rabadi è una scrittrice statunitense i cui scritti sono stati pubblicati su più di venti riviste e periodici, tra cui il Chicago Tribune, il Los Angeles Times, il Boston Globe, Fiction. Al momento sta lavorando al suo primo romanzo. La narrative di Dina è influenzata dal realism magico di Isabel Allende che dell’artista ceco Toyen. Si occupa anche di diritti umani, immigrazioni e questioni giovanili (www.dinarabadi.wordpress.com). Nel 2006 Dina ha fondato la Global Alliance of Artists, un’istituzione dedita ai problemi sociali a livello locale, nazionale ed internazionale facendo leva sugli artisti e la creatività delle varie comunità (www.GlobalAllianceArtists.org).

1. Nel tuo blog scrivi che trascendi tre culture: mediorientale, ceca e americana. Puoi spiegare ai lettori italiani cosa intendi e come ciò influenza la tua scrittura?

Sono nata ad Ajlun, Giordania, da padre giordano e madre ceca. Siamo arrivati in America quando avevo quattro anni. Ci sono tre forze che mi influenzano, l’araba, la ceca e ora l’americana. Penso tuttavia che una persona possa essere influenzata dalle sue culture ma che non possa essere le sue culture. Questo è quello che intendo per trascendere tre culture: sono influenzata dalle mie esperienze, ma la mia anima è autenticamente mia. Posso usare nella scrittura le esperienze che ho vissuto in tutte queste culture, ma posso anche scrivere libera da obblighi nel loro confronti.

2. Hai fondato la Global Alliance of Artists, che sostiene e incoraggia la rete degli artisti socialmente impegnati con mostre, conferenze e workshop: hai mai organizzato eventi del genere in Italia?

La mia intenzione, e l’intenzione di tutti gli artisti e professionisti che lavorano con la GAA, è di essere davvero internazionali. Condivido la critica di alcune organizzazioni internazionali che cercano di essere innanzitutto americane o supportate da alcuni tra i paesi più potenti, se puoi definirli “potenti” in termini economici e militari. Sebbene la GAA sia stata fondata a Chicago, vogliamo essere genuinamente internazionali e incoraggiare gli artisti dei paesi di tutto il mondo a partecipare sempre di più come cittadini nelle loro società. Stiamo usando Chicago come modello per i nostri prossimi due anni con lo scopo di connettere gli artisti di Chicago a istituzioni di Chicago che siano no-profit o socialmente impegnate per farli lavorare insieme a risolvere alcune specifiche situazioni. Per esempio, a giugno terremo il secondo evento del

“What We Worry ”. Stavolta, invece di artisti virtuali, metteremo insieme un gruppo di scrittori e alcuni nonprofits ambientali per discutere su cosa possiamo fare in merito all’inquinamento delle spiagge nell’area di Chicago. Speriamo di poter ricreare questo modello in altri paesi. Per ora, ogni artista in ogni paese che si dedichi a una causa sociale e che abbia fatto qualcosa di concreto per quella causa è il benvenuto nella GAA. Dobbiamo ancora crescere ma certo, ci piacerebbe venire in Italia e incontrare un gruppo di artisti italiani, presentare qualche evento e parlare di quello che gli artisti italiani pensano dei problemi sociali nel loro paese, nonché delle idee che hanno per risolverli.

3. Artista impegnato: chi potrebbe essere un modello per te? I primi nomi che mi vengono in mente sono Brecht, Sartre and De Beauvoir… e nel mondo contemporaneo?

Ci sono stati molti artisti impegnati nella storia ma il primo che mi salta in testa è il commediografo ed ex presidente ceco Vaclav Havel. Ho studiato lui e il suo lavoro quando mi stavo per laureare in Amministrazione pubblica allo Smith College. Mi sento particolarmente in sintonia su quanto ha commentato prima dell’allora Rivoluzione di Velluto cecoslovacca, quando ha parlato che gli artisti e gli intellettuali devono essere più attivi come cittadini nelle loro società.

4. Gli artisti spesso sono socialmente emarginati: pensi che ciò sia dovuto all’attuale cultura di massa oppure i singoli artisti dovrebbero considerarsi in qualche modo responsabili di tale situazione?

Penso che ciò dipenda da molti fattori. I primi sono economici, i secondi educativi. Penso che molta gente continui a definire il “successo” sulla base di quanto denaro guadagni o quanti beni materiali possiedi – che tipo di auto guidi, che tipo di casa hai ecc… penso che questo valga in molti paesi, non solo negli USA. Sebbene alcuni artisti raggiungano un successo economico, molti lottano su quel piano e penso a causa di questo non ottengano quel tipo di rispetto che altri lavori più tradizionali possono garantire. Penso che in genere le persone e le idee incomprese rimangano “emarginate”. Mi piace vedere o leggere lavori complessi. Ma qualcuno accantona persone o lavori “complessi” e invece di prendersi il tempo per cercare di capire cosa vuol dire uno scrittore o un pittore, si limita a definire quell’artista o il suo lavoro come “pazzo”. Questo riguarda l’educazione. Credo che gli artisti e gli individui possano migliorare questa situazione imparando a diffondere il proprio lavoro in un modo che comunque rispetti il loro sistema di valori. Potrebbero beneficiare di alcune capacità commerciali e di business. Gli artisti potrebbero inoltre fare di più per educare le persone, anche una alla volta, sull’arte, per aiutare gli individui a non sentirla così intimidatoria. A livello di società penso che sia importante che i nostri artisti siano supportati in modo più convincente dal punto di vista finanziario – acquisto di arte, supporto all’educazione artistica insegnata a scuola, andare al teatro invece di guardare la TV, cose così.

5. Gli artisti possono essere considerate come i sociologi; voglio dire, interpretano la società e aiutano a togliere le maschere sociali. D’altra parte, I mass media e gli strumenti finanziari che dovrebbero diffondere tali “conoscenze” sono spesso in mano ad altri attori sociali, piuttosto che agli artisti. Questo rallenta la circolazione dei risultati artistici. Come possono istituzioni come la Global Alliance of Artists aiutare a combattere questa tendenza?

Uno dei motivi per cui il mondo del no-profit, nonostante il bene che vogliono fare, fallisce, è il denaro. La Global Alliance of Artists è stata pensata in modo da non essere finanziariamente vulnerabile. Stiamo lavorando su strade che procurano entrate che non siano dipendenti da fonti che vanno e vengono. Siamo sempre un’organizzazione tenuta da volontari ma stiamo lavorando per passare a qualcosa di più sostenibile attraverso l’incremento di donazioni pubbliche, vendite di arte o di prodotti legati all’arte ecc…

6. Quando trovi il tempo di scrivere, considerate tutti gli impegni sociali, etnici e letterari?

Mi sveglio presto e vado a letto presto. I miei amici mi chiamano “nonna” anche se sono ancora una trentenne. Ma cerco di darmi da fare per un piano ben programmato nei weekend e riprendermi indietro la mia reputazione sociale! Mi sveglio verso le 5 dal lunedì al venerdì per scrivere un’ora o due prima di andare al lavoro. Lavoro alla Chicago Public School da circa otto ani e poi lavoro ai progetti in corso della gAA (proprio ora stiamo preparando un progetto per educare le donne arabe americane al ruolo del denaro nelle loro vite e fornire loro un’educazione finanziaria) o lavoro alle conferenze (ne ho due in aprile) o lavoro agli aspetti amministrativi della GAA (stiamo organizzando la nostra raccolta fondi annuale) o finisco di scrivere se non l’ho fatto durante il mattino. In questo momento sto lavorando al capitolo 11 del mio nuovo romanzo e ne ho ancora 9 da affrontare. Sono fortunata a riuscire a scrivere molto in questi brevi spezzoni di tempo. A volte qualcosa come duemila parole, ma di solito più di 500. Tengo comunque un grafico a torta appeso in casa per ricordarmi di vivere! Mi piace tutto quello che faccio ma voglio anche vivere come un essere umano – così mi tengo il tempo per visitare mio fratello e sua moglie a Boston, organizzare il sessantesimo compleanno di mia madre e un viaggio con un amico nel Grand Canion questo autunno. Voglio addormentarmi quando ho fatto tutto e poi ricominciare!

7. Nel saggio “Una stanza tutta per sè” Virginia Woolf sostiene l’idea che una donna non può dedicarsi alla letteratura se non ha un’entrata fissa. D’altra parte, come sanno molte scrittrici esordienti sanno, se si ha un lavoro a tempo pieno che permette di pagare le bollette, è difficile trovare il tempo per mettersi a scrivere… quale potrebbe essere la soluzione?

Ho letto “Una stanza tutta per sè” quando ero allo Smith e continuo a ritenere importanti i messaggi di questo libro. Scrivo da quando avevo ventun’anni, ho sempre lavorato a tempo pieno per mantenermi e sono sempre riuscita a scrivere. Ovviamente se non riesci a pagarti le bollette – se non hai tetto, cibo o riscaldamento, diventa difficile scrivere o fare qualunque altra cosa! Per molti anni ho scritto solo brevi articoli per The Chicago Tribune o The Los Angeles Times e volevo dedicarmi a lavori più lunghi – a un romanzo. Mi lamentavo col mio ragazzo di “non avere abbastanza tempo per scrivere” quando era nella finanza. Mi raccontò del potere della Mezza Ora – mi spiegò che la gente può portare a termine ogni genere di compito anche in mezz’ora al giorno. In quel modo lui era riuscito a imparare molto. Così mi disse che invece di lamentarmi dovevo alzarmi mezz’ora prima di andare al lavoro e scrivere. Aveva ragione. Quell’anno scrissi il mio primo libro. Così vorrei incoraggiare tutti gli aspiranti scrittori che già hanno un altro lavoro, a iniziare con mezz’ora. Avere un reddito per conto mio mi ha permesso di intraprendere dei viaggi per i progetti a lungo termine (come per le isole aleutine) e per gestire alcuni aspetti di marketing comunque necessari per la scrittura – denaro per concorsi letterari, la battitura dei manoscritti, l’acquisto di un computer o della carta – cose che sembrano prosaiche ma che in realtà sono molto importanti. Oltre alla strategia della Mezza Ora, vorrei anche incoraggiare gli scrittori emergenti a sperimentare i lavori che trovano là fuori. Ci sono alcuni lavori che permettono di arrivare a mattino inoltrato o, come mia sorella, di lavorare 4 giorni a tempo pieno invece di tutta la settimana. Alcuni lavori sono più stancanti di altri – dunque dipende dallo scrittore e dal suo livello di energia – sperimentate!

Avere un’entrata sicura ed essere informata su aspetti finanziari è importante per ogni donna, indipendentemente dal fatto che voglia fare la scrittrice o meno. Le dà libertà e possibilità di scelta. Ugualmente importante è, per ogni scrittore emergente, scegliere il giusto partner. Ho visto che questo è uno dei punti più importanti tra le donne che conosco, artiste o meno. È importante fermarsi e pensare a quello che TU ritieni importante in un partner. Qui in America, molte riviste e culture si focalizzano su cosa la donna deve fare per piacere all’uomo, mentre dovrebbe esserci più equilibrio per insegnare alle persone a rendersi felici a vicenda. Trovare qualcuno che sia di supporto ai tuoi desideri e obiettivi e che pensi a te non solo in termini di moglie e madre, ma come essere umano. In teoria, potrebbe occuparsi dei bambini o della casa se tu hai bisogno di scrivere anche se solo per quella mezz’ora. Detto questo, se guadagni abbastanza e lui non vuole aiutarti, non hai bisogno di chiederglielo ma puoi pagare qualcun altro per occuparsi di questi compiti.

8. Rimaniamo conVirginia Woolf: considerando l’analisi del ruolo femminile in “Le tre ghinee”, second te, le donne possono davvero aiutare a combattere le guerre?

Penso che ci siano molte questioni sociali che le donne affrontano e molte questioni sociali che affrontano gli uomini ma non credo nel genere. Credo allo spirito individuale in toto. Penso che la lotta alla Guerra non sia un tema così legato al genere, bensì sia una questione legata all’essere umano. Penso che gli uomini abbiano sempre avuto più accesso al potere nel corso della storia rispetto alle donne e dunque sono sempre stati più visibili per quello che hanno fatto con quell potere. Se vogliamo finirla con le guerre, penso che gli esseri umani in generale debbano essere più onesti sulla natura umana e la tendenza dell’homo sapiens di essere territoriale ed aggressivo. Guarda al codice genetico che abbiamo in comune con le scimmie – qualche scienziato ha parlato di circa il 97%! Gli esseri umani potrebbero inoltre trarre beneficio dalla loro parte positiva – altruismo e benevolenza. Entrambe le forze ci sono in ogni persona. Come farlo, è un’altra questione.

9. Hai pubblicato saggi, racconti brevi, articoli, il tutto pubblicato su più di venti periodici tra cui The Boston Globe, The Chicago Tribune, The Los Angeles Times e Fiction. Com’è stata la tua esperienza col mercato editoriale? Hai mai ricevuto dei rifiuti e se sì, come hai reagito?

Non sono una di quegli scrittori che studia il mercato per capire cosa scrivere. Ho un lavoro che mi piace e mi paga le bollette così sono libera di scrivere quello che voglio ed è esattamente quello che faccio. A volte provo un vero e proprio piacere a pensare che sto scrivendo qualcosa di poco “commerciale” perché penso che le cose poco “commerciali” siano spesso le più interessanti! Ovviamente, la pubblicazione del tuo lavoro ti permette di condividerlo con altri e ti fa sentir bene il sapere che la tua scrittura ha trasportato il tuo lettore in qualche altro luogo o che gli ha insegnato qualcosa in merito a qualche questione sociale che ti sta a cuore. Certo, ho ricevuto molti rifiuti di molti tipi. Il più delle volte mi sono fatta forte del mio solo amore per la scrittura e della gioia che ricavo dallo scrivere le storie che voglio scrivere e non me ne curo più di tanto. A volte un rifiuto può rendermi triste e sconcertata. Mi tiro su chiacchierando con un’amica o leggendo un buon libro per ricordarmi perché faccio quello che faccio. Poi guardo la lettera di rifiuto e se ritengo che i commenti sono costruttivi, apporto delle modifiche al racconto. Se non sono d’accordo con i commenti, penso: “Bè, quell’editore ha un cattivo gusto!” e vado avanti con la mia vita.

10. “L’immaginazione è più importante della conoscenza” disse Einstein. Può essere vero anche per la tua scrittura?

Non penso che Einstein avrebbe fatto così tante scoperte scientifiche se non avesse avuto un’educazione in merito al metodo scientifico e alle scoperte scientifiche del passato! Penso che l’immaginazione sia un elemento critico, ma anche l’educazione lo è. Non credo che la gente capisca quanta “educazione” c’è nella scrittura – anche nella narrativa. Sono arrivata in America senza conoscere l’inglese e con poco denaro – ma i miei genitori hanno fatto di tutto per mandarmi in ottime scuole. Uso la mia educazione ogni volta che mi siedo a scrivere – sia per I miei articoli nel The Chicago Tribune or The Los Angeles Times sia quando scrivo note su trattati internazionali e questioni di immigrazione, sia nel mio romanzo che è ambientato nelle isole Aleuts. Quando scrivo, l’educazione è un braccio, l’immaginazione l’altro.

11. Qual è la tua definizione di “arte”?

Non cerco di definire nè l’arte nè un artista. Penso sia più importante pensare e vivere ed esprimere e condividere nel modo che ti fa sentire il più bene possibile. Diciamo agli artisti che si uniscono alla GAA che se sentono di essere artisti, allora sono tali. Chi sono io per dire a qualcuno che è o non è un artista, che sta creando o non sta creando arte? Nessuno può dirlo a qualcun altro. Lo considero un diritto quanto quello di respirare.

12. Qual è il tuo scrittore preferito?

Ci sono così tanti scrittori di cui ammiro il lavoro – dipende dall’umore o dalla via esperienza di vita recente o a quail soggetti e aspetti della vita mi sto interessando.

13. Frequenti circoli letterari o sei una “scrittrice solitaria”?

In America, molti scrittori hanno frequentato corsi di scrittura creative. Io non l’ho fatto perché il miglior modo per me di diventare una scrittrice era di leggere molto, leggere di tutto e vivere esperienze interessanti – di seguire la mia curiosità sia dal punto di vista fisico che emozionale. Sembra che sia lo stesso con le persone. Ho degli amici che sono scrittori e sono coinvolta in alcuni gruppi letterari qui a Chicago – ma di solito preferisco trascorrere il tempo con persone che ritengo semplicemente interessanti – indipendentemente dall’etnia, dal sesso, dall’età o dalla professione. Bisogna spaziare!

14. Conosci o ami qualche scrittore italiano?

L’Italia ha una lunga storia piena di scrittori incredibili – Boccaccio, Eco, Calvino. Sebbene abbia letto scrittori italiani, me ne intendo di più di scienziati italiani. Avevo un amico che era un astrofisico e attraverso di lui ho imparato molto sugli scienziati italiani.

15. Quanti libri leggi in un anno?

Se sto lavorando a un progetto a lunga durata di un libro, siamo sui 20-40 libri di argomento collegato al progetto. A parte questo, di solito leggo 10 o 12 libri che sono semplicemente libri che voglio leggere e provengono dalle fonti più disparate. Per un periodo ho letto solo libri scritti da Nobel letterari – in questo momento sono molto interessata alla genetica.

16. Dicci qualcosa del tuo romanzo. Lo farai tradurre in italiano?

Lo sto ancora scrivendo. Una volta finite, inizierò la ricerca di un agente. Di solito non parlo di un progetto finché non è finito. Penso che raccontare una storia sia un processo troppo fragile. Sarò felice di parlarne quando l’avrò terminato!

Mi piacerebbe molto farlo tradurre in italiano. Un giorno voglio visitare l’Italia da turista o sulla scorta di qualche conferenza per conto della Global Alliance of Artists. Sono stata in altri paesi europei ma non ancora in Italia. È un paese che ammiro per i suoi molti contributi letterari, artistici e scientifici. E mi risulta che anche il cibo sia ottimo!

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