Intervista allo scrittore Joe Santangelo

Per scrivere “Shoot Me!” sei entrato sia nella testa di Chapman, l’assassino, che in quella di Lennon, la vittima. Entrambi hanno avuto infanzie difficili. Il primo cercò di diventare qualcuno perché non sapeva chi era; il secondo, pur avendo una forte personalità, cercò sempre di mettersi alla prova, e di tentare nuove strade. Due tipi differenti di ricerca, oppure la stessa ricerca solo con risultati opposti?

Uno degli aspetti che più amo della scrittura é certamente quello dell’immedesimazione. Richiede tempo, impegno e passione, intesa nel senso stretto del termine. Per essere credibile un personaggio non deve poter scegliere i propri comportamenti, il linguaggio, le reazioni, le percezioni. Una volta costruito il character, l’autore – la cui voce fioca si riesce ancora a percepire attraverso il narratore – dovrebbe farsi da parte, scomparire per sempre. Il valore della sua presenza é nell’assenza. Il personaggio – a esclusione dei gregari, funzionali allo sviluppo della trama e degli eventi – non deve poter scegliere, nel senso che poste certe condizioni di partenza – sesso, vissuto emotivo, etá, nazionalitá, sfondo culturale, attitudine alla socialitá, categoria professionale di appartenenza, relazioni e fisionomia – e posto di fronte a un conflitto, a una scelta, si comporterà esattamente nel modo in cui ci si aspetta che faccia, perché è questo che accade alle persone comuni. Egli ridiventa – fatalmente – uno di noi, ed é questo aspetto che trattiene il lettore in quella ‘sospensione dell’incredulità’che lo costringe a voltare la pagina. Con questo non voglio intendere che l’uomo NON PUÓ SCEGLIERE in senso stretto, perché questa affermazione confuterebbe il senso di ciascuno dei miei Romanzi e della mia stessa filosofia di vita. L’uomo sceglie sempre, quotidianamente, ma le decisioni importanti – quelle che hanno il potere costruttivo di trasformare la propria esistenza – passano attraverso un percorso, una consapevolezza: l’assunzione di una responsabilità, e questo avviene poche volte nella vita, una volta sola all’interno di un romanzo. Immedesimarsi in Chapman e in Lennon – pertanto – ha richiesto un lavoro emotivo estenuante. Quando scrivo in prima persona – inoltre – io SONO quel personaggio, lo sono in una recita personale, psicologica, lo porto nella mente anche quando vado a dormire: i miei ultimi pensieri sono SEMPRE per il personaggio che ho lasciato nel PC, qualche ora prima. É lì che mi aspetta, spesso in una posizione scomoda e non voglio fargli perdere troppo tempo. Essere Chapman è stato complicato. Lo confesso: mi ha portato spesso al trasalimento. Nel Romanzo é entrata la metà di quello che avevo scritto su Chapman – motivi editoriali – e ti assicuro che ho dovuto sacrificare parti velenose, quasi sataniche, a beneficio di una scorrevolezza che comunque stenta, nella prima parte, perché lo stridore tra i due personaggi principali è chiaro al lettore, immediatamente. Caino ha ucciso Abele: è fatto noto. É il motivo per cui ho scelto di partire con Chapman: ho costretto il lettore a conoscere il carnefice: chissà che non avrebbe scelto di fermarsi a metà libro, in una situazione diversa. Essere Lennon è stato altrettanto difficile, per certi versi quasi penoso. Mi ha commosso, troppe volte, mi ha portato al pianto, per tre volte complessivamente. Uno dei motivi che mi hanno paralizzato – spesso – è stata l’inaccettabilità della morte di un uomo che aveva una chiarezza di pensiero che ancora mi sforzo di rintracciare in altri grandi personaggi, quel senso di responsabilità totale, individuale che lo ha portato a controbattere sempre, colpo su colpo, ogni qualvolta fosse attaccato in modo superficiale. Invito il lettore ad analizzare alcune delle trascrizioni delle ultime interviste rilasciate da Lennon: troverà ogni spaccatura, ogni ferita non cicatrizzata, ogni presagio di ciò che accadrà.

Nella premessa al tuo terzo thriller “Il calligrafo”, uscito nel 2007, ti chiedi quanto saremmo migliori se riuscissimo a vivere dopo aver ucciso la propria esistenza fisica, i desideri, i capricci, le velleità. Domanda provocatoria: scrivere libri non è un desiderio, un capriccio, una velleità?

L’uomo non desidera, l’uomo non sceglie. L’uomo OBBBEDISCE a una propria visione del mondo e consegna un nome ai propri comportamenti in modo tale che quel mondo – quello che gli appare davanti, ogni giorno – sia intellegibile, comprensibile. L’uomo pensa di trasformare la realtà con le parole. Il nostro modo di vivere, la somma dei pensieri e delle azioni è la nostra religione. Nessuno può fare qualcosa di diverso da quella che già fa: c’è un equilibrio matematico, in questo. Ciascuno alimenta il proprio sogno. Quello che ci appare davanti – quello che noi chiamiamo realtà – non è nulla se non la condensazione di un pensiero, forte, fortissimo, che costruisce il mondo esterno. Questo pensiero è il nostro sogno, il nostro obiettivo. Scrivere – per me – è essere. Io uso la scrittura per fare chiarezza. La neurolinguistica e la filosofia e la logica dell’antica Grecia insegnano che l’utilizzo appropriato della scrittura sottende una logica, ne è l’equivalente ANTE OPERAM. Scrivo per conoscere meglio me stesso, ciò che considero IL MONDO, per fare chiarezza, appunto. La chiarezza porterà a un bivio, sempre. Lì l’uomo sceglie consapevolmente e pone le basi per una “variante” all’impalcatura iniziale. Ogni volta che termino un romanzo sono una persona diversa. Dunque scrivo per crescere.

Nei tuoi primi tre libri, “Rockiller” (2005), “Verba manent” (2006) e “Il calligrafo” (2007) i serial killer sono personaggi a tutto tondo, lontani da logiche manichee, che tolgono la vita ma allo stesso tempo incarnano dei valori che, nella società post-industriale, stanno cadendo nel dimenticatoio; i loro bersagli diventano scopi di vita (spettacolarizzazione, mode, ignavia, irresponsabilità, mass media…). Ti ritieni uno scrittore “impegnato”?

Cosa significa ‘impegnato’? Ogni uomo, su questa terra, é un uomo impegnato. C’é chi si impegna in una professione, chi puramente nel sopravvivere. La materializzazione di questo impegno – intesa nel senso più ampio – é ciò che comunemente chiamiamo VITA. Chiunque è impegnato in qualcosa: è l’oggetto dell’impegno che distingue i livelli dell’essere di un uomo. Personalmente ritengo che ogni uomo dovrebbe parlare soltanto di ciò che conosce profondamente, che – ove possibile e appropriato – un uomo è legittimato a esprimere giudizi soltanto su argomenti e questioni di cui ha avuto esperienza diretta. La rabbia che porta un uomo qualunque a commettere un omicidio (killer/serial-killer) è una prerogativa dell’uomo comune. Chiunque di noi ha avuto voglia di essere profondamente violento, di arrecare dolore, ma pochi di noi hanno scelto di compiere un delitto, perché fortunatamente torna il senno, la ragionevolezza o la preoccupazione per le conseguenze. È notorio che il folle è colui che “trascura” di pensare alle conseguenze dei suoi atti, semplicemente il suo sistema emotivo prevale su quello razionale. Bene: è qui che accade la magia! Un autore che voglia essere credibile, godibile, un autore “onesto” dev’essere in grado di ripescare quella emozione nel magma dei propri ricordi, di esasperarne le conseguenze potenziali, di “sperimentare” la commissione di un omicidio senza averlo compiuto nel mondo dell’esperienza. La rappresentazione di altre emozioni è più alla portata: amore, odio, paura, dubbio. Il resto è molto semplice; la filosofia, la musica, la comunicazione, il percorso interiore: nei miei Romanzi parlo di questo perché è questo che conosco, che amo. Il valore più alto – anche nella scrittura – è l’onestà, onestà dei confronti di se stessi, e di conseguenza nei confronti degli altri. No, non mi ritengo uno “scrittore impegnato”, mi ritengo – piuttosto – un uomo che si sforza di affrontare ogni cosa con il giusto impegno, dunque anche l’esperienza della scrittura.

Tu parli di scrittura come mezzo per pulire le scorie che si sono depositate sul modo di pensare e di vivere il quotidiano: questa definizione mi ricorda Bergson, secondo il quale l’arte deve sollevare il velo che si è interposto tra noi e la natura, velo offuscante ma necessario per la nostra vita in società; ma anche Lennon cercava di svelare qualcosa del mondo in cui viveva. Parlaci delle tue “scorie”.

Per un buon settanta per cento delle mie giornate io recito la mia funzione professionale, invidiata, privilegiata, ma poco amata, lo confesso. Sono un Manager, ecco. Eppure io non ho mai sopportato la compostezza dei grandi uomini d’affari. Sono troppo identificati con la loro cravatta grigio-metallizzato e con la solennità dei gesti più banali, e quando chiudono un affare – lo so – raggiungono segretamente l’orgasmo. Lo ammetto: sono insofferente all’abito impettito, al viso sbarbato, alle settimane stracolme d’impegni, ai capelli sempre in ordine, alle posizioni perentorie, ai discorsi seriosi. Si diventa noiosi, soli, cade la vista, cresce la gobba. Per questo motivo non mi sopporto, perché io – per metà – sono uno di loro. L’altra metà – la parte residua – scalpita e reclama diritti. Farnetica, vuole dire tutto. Spesso, quando non si mette propriamente nei guai, è comunque imbarazzante. È viva e vivace. Torna a casa, ogni sera, spegne l’auto e assume il comando. Abbandona il linguaggio diurno e ogni suo astruso paradigma e si scopre com’è e solo allora comincia il divertimento. Quando proprio non riesco a contenerla devo inventarmi qualcosa di rapido. Allora prendo una penna e della carta e le poggio su un tavolo e indico con il pollice. La vedo. Lei si avvicina, si rannicchia e comincia a scrivere. E un’ora dopo è ancora lì dove l’ho lasciata. Potrebbe andare a ballare, a bere una birra con un amico, a passeggiare per il centro storico della città. Ma è ancora lì che scrive e ci resterà ancora per un bel po’.

È così che nascono i romanzi. Non sono io a scriverli, ma l’uomo dall’altra parte dello specchio. Io lo so, sta già accadendo. Sto diventando meno rigoroso. Più accomodante, luminoso. È la mia seconda metà che cerca di prendere il sopravvento, ma io non sono spaventato. Qui non c’è sete di vendetta. Qui c’è sete di vita.

Alle mie scorie si arriva per sottrazione.

Pensieri pesanti, ma illusori.

Allucinazioni.

Ne parlo in SWITCH, attualmente in fase di editing.

In una delle tue interviste, dici che il riscatto avviene tramite la consapevolezza. L’arte – e dunque la letteratura – può essere una forma di consapevolezza. Ne conosci altre?

Attualmente sono in fase di formulazione di un plot molto complesso, ma la storia che ho intenzione di raccontare è semplice, diretta: quello che abbiamo di fronte non è un “mondo reale”, ma immaginario. Il personaggio principale di “The UNREAL” farà un percorso molto particolare per conseguire uno stato di consapevolezza (autocoscienza) che lo porterà alla liberazione dall’irrealtà. È un uomo che deve riscattarsi dalla propria condizione, e l’unico modo per farlo è quello di assurgere a uno stato superiore di consapevolezza. Egli impara a conoscere, a conoscersi: è l’unico strumento per liberarsi dall’inganno. È quello che penso: l’unico modo per diventare consapevoli è l’attenzione, l’osservazione di sé, uno stato di tensione continua. Il riscatto – quando privo di questa sostanza – è destinato a essere sconfitto dal tempo, è un fuoco fatuo. Non c’è riscatto senza consapevolezza, come non c’è trasformazione senza l’assunzione della responsabilità. Ogni attività, se praticata con attenzione, con coscienza e coerenza, è un’arte e può condurci a un salto di livello. Non è un caso che anche nelle tradizioni orientali – Buddismo Zen, Induismo, Shintoismo, Confucianesimo – nelle quali il momento del conseguimento dell’illuminazione è preponderante rispetto all’approccio fideistico ALTO/BASSO, il saggio è spesso rappresentato sotto le spoglie di un artigiano, di un pescatore, di un mercante. È – propriamente – l’uomo della strada. Non ci trovi lo scienziato o il filosofo, perché sono troppo distanti dal sentire comune. La consapevolezza va cercata nel vivere comune.

Qual è il tuo sistema di scrittura? Prima bozza, revisioni, tempi, fisime…

Ho una mente analitica, matematica, e questo aiuta parecchio quando devi tramare storie noir, perché l’architettura narrativa è necessariamente chiusa e la soluzione deve scaturire come l’incognita di un algoritmo, senza sorprese: non sarebbe serio, non sarebbe onesto. Dunque penso molto, rifletto, notte e giorno: rifletto su un’idea. Questa idea deve rispondere esaurientemente a una domanda precisa: COSA VOGLIO RAPPRESENTARE in questo Romanzo? Mi sforzo di cercare una risposta, mi sforzo per giorni, settimane. A un certo punto cominciano ad arrivarmi immagini, personaggi, ma soprattutto un titolo. Il titolo è il primo elemento del mio lavoro. Arriva per primo. Ci ragiono un po’, mi dedico esclusivamente al titolo, diventa una fissazione. Lo devo amare, lo devo sentire internamente, fino a quando non comincia ad assumere una fisionomia propria: è come se – mentalmente – il libro esistesse già e fosse posizionato sulla mia libreria. C’è già, esiste fisicamente: è lì, ne sono certo. Con il titolo nella testa comincio a costruire una trama. Il tema che voglio affrontare diventa l’elemento principale: tutto ciò che costruirò attorno gli sarà funzionale: questa chiarezza mi aiuta a non perdere la strada e a non diventare vittima degli eventi, dei personaggi. Cominciano i viaggi di lavoro, gli allenamenti, le notti insonni. È la fase più creativa: scrivo materialmente il romanzo nella mia testa. Decido trama e scaletta, definisco i personaggi, fin nei dettagli più spinti, il tono di voce, la cifra narrativa, le relazioni tra i personaggi principali. Successivamente comincio la fase di attacco/difesa: essenzialmente mi domando se non sia possibile affrontare una determinata parte (scena, capitolo, evento) in un modo diverso, con personaggi differenti, più o meno numerosi, più o meno invadenti. Raggiungo un primo compromesso e lo rimetto alla prova. Molto spesso – durante questa fase – mi capita di raccontare alcune scene del Romanzo a mia figlia, prima di addormentarsi, sottoforma di storia/favola. Capisco se può funzionare, se è pesante, se è di troppo. Arrivo – finalmente – a una versione ultimativa del romanzo. Il romanzo è stato già scritto: nomi, cognomi, caratteristiche, azioni, intere frasi sono state scritte nella mia mente, ripetute mentalmente prima di addormentarmi. C’è una piccolo particolare: non ho ancora messo mano al computer e non lo farò fino a quando potrò farne a meno. Mi avvicino al PC con le idee fin troppo chiare: il libro è già stato scritto, quasi interamente: devo solo ricordarmelo. Evidentemente tantissimo verrà trasformato della traccia originaria, ma l’idea di possedere la storia mi permette di vincere – in ogni sessione di scrittura – la sensazione di essere schiacciato dalle centinaia di pagine ancora da scrivere. La fase della prima stesura è rigorosamente contingentata e dura non più di 14/17 settimane. Mi impegno a restare sul pezzo giorno e notte, perché dalla quantità nascerà la qualità, e quando sarà stata superata una determinata soglia (di attenzione, di concentrazione, di “conoscenza” della mia storia) la qualità (la testa, la mano, la penna) potrà generare la quantità (le pagine). Quando termina la prima bozza è il momento di prendersi un mesetto di pausa. Festeggio bevendo un calice di vino rosso e consegno i fogli impilati al mio primo e miglior consulente di sempre: mia moglie Francesca. Tra l’idea e la stampa trascorrono mediamente 16/18 mesi. Per SHOOT ME! Mi ci sono voluti tre anni, ma quello è un caso limite. Non deve succedere che un Romanzo arrivi in libreria e che non sia già impegnato sull’idea successiva: sarebbe terribile!

Hai ricevuto dei rifiuti dalle case editrici, e se sì, come hai reagito?

Non credo nella fortuna, dunque non credo nella sfortuna. Credo nella legge della corrispondenza. Ho deciso di scrivere il mio primo Romanzo per gioco, e ho deciso di scartarlo perché poco convincente e troppo autobiografico. Dunque mi sono autocensurato. L’esperienza è stata meravigliosa, talmente forte da costringermi a riflettere sul mio futuro. Ho sacrificato tutti i miei fine settimana, per un anno intero. Spesso ho dedicato intere nottate alla scrittura, così ho portato a termine il mio primo Romanzo edito: ROCKILLER, la cui prima stesura diceva “600 pagine”. Ho studiato criminologia, per rendere credibili certe parti tecniche e investigative; ho frequentato un paio di carceri grazie all’aiuto di alcuni amici avvocati, perché volevo respirare la stessa aria che avrebbero respirato i miei protagonisti; ho ascoltato le musiche di cui si parla nel Romanzo, per un anno: testi, arrangiamenti, biografie di dettaglio; ho interrogato un amico medico, perché volevo saperne di più sulla medicina legale, il riconoscimento dei corpi. Il mio primo e unico Editore mi ha proposto la pubblicazione quasi immediatamente, ma mi ha opzionato per i successivi quattro Romanzi. Eccomi qui: adesso sono di nuovo libero! The UNREAL, al quale sto lavorando, uscirà ragionevolmente nel 2012, ma non so ancora per quale editore. Ci sto lavorando come se dovessi girare un film. Sto studiando molto: fisica quantistica, matematica, cosmologia, etologia. Ti assicuro: è un’esperienza meravigliosa, la fase di studio è un periodo in cui tutto può accadere. Ho scritto molto a penna. Plot, schemi logici, flashback, flashforward, profili dei personaggi. Mia figlia Eva sbircia le pagine e mi fa domande. Io le rispondo “Vedremo!” e le mi dice “Certo: me lo racconti stasera?”. È dura sacrificare un momento con tua figlia per scrivere tre pagine del tuo prossimo Romanzo!

Ti intendi di arti marziali, letteratura e filosofia, dunque non posso non ricordare uno scrittore che anche tu spesso nomini: Mishima. Emblema dell’onore spinto fino al sacrificio supremo, forse (sottolineo: forse) l’ultimo samurai moderno che si suicida (un vero e proprio seppuku) in diretta TV dopo aver incitato i giovani giapponesi a riprendere in mano il destino della loro patria. Ma anche cultore della bellezza, misticamente legata alla morte (sto pensando al suo libro “Il padiglione d’oro” e a molte altre sue opere) e della tradizione. Insomma, nessuna scissione tra vita e arte. E per te, l’arte cos’è?

L’arte è “il metodo”. Qualunque tipo di disciplina può assurgere al rango di arte, e dunque accogliere in sé l’uomo appassionato che – nella ripetizione – affina i propri strumenti e costruisce un mondo, una dimensione, interpretando la propria visione. Le dottrine marziali sono “arti” quando vengono rappresentate da un praticante che sia riuscito a liberarsi dall’equivoco della violenza, del conflitto, quando l’uomo comprende che può esistere una “vittoria in assenza di conflitto” (il ‘vincere senza combattere’ di cui parlo ne “Il Calligrafo”). Diversamente le dottrine marziali devono essere ricondotte al rango di mere discipline del corpo, rispettabili quanto lo sono il fitness o la cultura fisica, ma altrettanto banali. La letteratura diventa Arte quando l’autore – creatore, ma strumento stesso attraverso cui si rivela la creazione – riproduce una novità, nelle forme, nei contenuti, nei toni. Diversamente la letteratura resta esercizio lessicale, arido, autoreferenziale. La vita diventa arte quando è vissuta con consapevolezza, ma questo richiede un immane lavoro su sé stessi, continuo, feroce, radicale. Bisogna convincersi di essere pienamente responsabili della propria esistenza, senza eccezioni, senza attenuanti: è il primo passo verso la costruzione di una realtà “desiderata”, verso il perseguimento di un sogno reale. Ricordarmi questa verità: è questa la mia forma di arte. Nei momenti di tale consapevolezza – ancora troppo rari – può accadere qualunque cosa. Non fidatevi di quello che dico: sperimentatelo sulla vostra pelle!

Nelle arti marziali le regole, all’inizio, vengono vissute dai neofiti come legacci di cui non si capisce bene il fine. Solo chi raggiunge i livelli più alti dell’arte marziale capisce che, attraverso le regole, si raggiunge la vera libertà di espressione fisica e, di conseguenza, mentale. Tu sei un campione di kickboxing a livello nazionale ed europeo, dunque avrai già provato questa forma di libertà “marziale”. Ma… nella scrittura?

Ho abbandonato l’agonismo dopo aver vinto il titolo europeo PRO nel 1997. Ci ero andato vicino per due volte (1992/1995), ma ho perso in finale. Ho continuato a praticare, con umiltà. Dovevo risolvermi. Quando sei vicino alla meta, quando ci sei andato vicino più volte, quando appari sui giornali e hai anche il tuo piccolo seguito di tifosi, tendi a dimenticare. Da dove sei partito, cosa ti ha spinto a praticare, ma soprattutto “cosa devi fare”. La “regola” – nelle dottrine marziali – può essere sintetizzata come segue: il movimento tecnico richiesto dalla specifica situazione contingente. Ce ne sono molti, tanti quante sono le circostante situazionali di un confronto tra due atleti. Quando dimentichi questi elementi essenziali – o quando non li hai ancora compresi del tutto – la vanità si impossessa di te, prevale sul raziocinio, sulla strategia, diventa il tuo padrone, pensi di poter “decidere” cosa fare, ma la decisione è pur sempre una caduta (LAT: cadere: cado, cadis, cecidi casum CADERE) e la vittoria è sempre in bilico. Un uomo serio non decide. Un uomo serio obbedisce al proprio sogno. Il campione – diversamente – è quell’atleta che sa “piegarsi” alla propria arte, scevro da desideri, dalla necessità di apparire. Stravincere significa perdere, spesso è controproducente. Vincere significa “perdere”, significa perdere un po’ di sé stessi, della propria individualità. Vincere significa “vincere sé stessi”, in definitiva. La scrittura – quando riesce a trasformarsi in arte – richiede lo stesso sacrificio di sé. È falso affermare che uno scrittore è un libero creatore. Una volta definito il tema, i contenuti, il tono di voce, la trama, i personaggi, lo scrittore si ritrova di fronte a una pagina bianca: in quel momento ha ancora un universo di fronte, ma quando avrà scritto la prima parola… Quando avrà scritto “quella” parola, allora l’universo è già diventato un mondo. Dopo la prima pagina il mondo si né trasformato in continente, poi in paese, in regione, in città. Quanto più si procede – nella scrittura – tanto più si assottigliano le possibilità: la storia – in definitiva – si scrive da sola e può essere scritta SOLO in quel modo, date le premesse. Il Romanzo non esiste, esiste una storia che si racconta. La realtà non esiste: è solo il condensato dell’idea di chi la sta vivendo. L’abilità dello scrittore non è quella di escogitare trame complesse e tenere alta l’attenzione fino in fondo, ma quella di scegliere – tra le infinite possibilità – la combinazione più elegante, lo sviluppo più gradevole, il tono più confacente alla propria idea. Le regole sono quelle del vivere, sottratte della vanità, dell’orgasmo di apparire, dell’urgenza dell’eiaculazione linguistica: “Questa riflessione ha un senso? Questo personaggio mi rassomiglia troppo? Questa reazione è proporzionata/credibile? È tutto chiaro? Posso trasformare qualcosa e rendere tutto più vero?”.

Nel corso di queste interviste mi accorgo sempre più di come gli scrittori italiani, anche i più affermati, siano poco conosciuti all’estero. Cosa consigli (o cosa hai intenzione di fare tu con i tuoi libri) per contrastare questa tendenza?

Potrei risponderti in modo molto convincente, esaustivo, competente. Ho una laurea in economia e mi occupo di Marketing e Direzione Commerciale. Coltivo il sogno di fare lo scrittore, dunque i miei problemi sono connessi al miglioramento del mio prodotto, a vincere la mia naturale ritrosia alle revisioni, a cogliere le idee e le intuizioni che mi svolazzano attorno, perché se non le fermo ORA, fuggiranno via e non riuscirò a ricordarmele.

È qualcosa di meravigliosamente appagante.

Io sono uno scrittore, e non un Manager.

Il Manager è “le scorie” di cui abbiamo parlato, e le scorie non hanno voce.

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