Intervista allo scrittore Francesco Verso

Francesco Verso (classe 1973) è il vincitore del premio Urania 2008, con il romanzo E-DOLL, pubblicato da Mondadori nel 2009. Vive e lavora a Roma. Ha al suo attivo, oltre ad alcuni racconti, anche il romanzo Antidoti umani finalista al premio Urania 2004 (Edizioni Diversa Sintonia, 2009).
Gli E-Doll sono consapevoli del loro ruolo di “sfogatoio” e sono pronti ad accettare la morte come un incidente, a volte inevitabile epilogo, di pratiche sessuali estreme. Proprio la loro consapevolezza me li fa sembrare a volte più umani degli esseri umani! Alla fine l’elemento “umano”, l’elemento “vita” è scisso dal corpo “biologico” di organi e pelle?

Credo di sì. La vita non è solo umana. L’umanità incarna solamente una delle possibili declinazioni dell’esistenza. E includere altre forme di vita tra quelle che attualmente consideriamo “umane” è, a mio avviso, una grande conquista verso il riconoscimento del fatto che non siamo soli nell’universo. Nel bene o nel male.

Quando scrivi, vedi di fronte a te un lettore ideale? Età? Sesso? Lavoro? Come è vestito? Come parla? Come te lo immagini?

No, non scrivo per nessuno e mi piace credere di scrivere per tutti, anche se per alcuni i temi e aspetti della mia scrittura i miei romanzi non sono adatti a chiunque. Più che per il lettore, sento un debito letterario verso i personaggi. Se loro saranno abbastanza vitali e profondi da camminare sulle proprie gambe, pensare con la propria testa, agire con una volontà loro, allora, in quel caso, i lettori sapranno ritrovarci qualcosa di se stessi. Con questo intendo dire che preferisco occuparmi molto più delle fonti narrative che non della destinazione editoriale di un romanzo.

Com’è stato l’impatto con il mondo editoriale? Hai inviato il manoscritto a più case editrici, hai ricevuto dei rifiuti, come hai reagito?

L’impatto è stato difficile e lo è tutt’ora. I rifiuti fanno parte di qualsiasi mestiere. All’inizio li prendevo molto peggio di adesso, li vedevo come una critica personale al mio impegno, alla mia dedizione. Ora invece ringrazio sempre chiunque rifiuti o critichi un mio scritto e anzi prendo questo fatto come un enorme stimolo a insistere, a perseverare, a migliorarmi. Non ricordo chi è stato, ma qualcuno, molto acutamente, ha osservato che “uno scrittore è un esordiente che non ha mollato”.

Quanti libri leggi in un anno? Di che genere?

Leggo circa quaranta libri l’anno, di tutti i generi, dalla narrativa alla saggistica. Dalla fantascienza, ai classici e alle ultime tendenze della società, mi interessa capire cosa ne sarà dell’umanità tra cinquanta o cento anni. La metà li leggo per piacere, gli altri per mestiere. Oltre a questi, leggo anche decine di manoscritti che arrivano alla redazione di Kipple di anno in anno. Per questo ho un lettore di e-book che mi aiuta a leggere anche i testi in formato elettronico.

Qual è il tuo scrittore italiano preferito? E quello straniero? (prova a nominarne uno per tipo, se ci riesci!)

Tra gli italiani mi piace molto Calvino, la prosa estraniante di Clelia Farris e le storie di Niccolò Ammaniti. Tra gli stranieri, i miei preferiti sono Anthony Burgess, Chuck Palahniuk, Michel Houellebecq e Irvine Welsh.

Quale scrittore straniero butteresti giù dalla torre?

Nessuno, chi fa lo scrittore merita di vivere… J E non lo dico per difendere la categoria, lo dico perché, chi dedica la propria vita a questa professione, a costo di tanti rifiuti, rinunce e sacrifici, è sicuramente un sopravvissuto.

Già trovato un editore per il tuo nuovo romanzo, “Livido”?

Non ancora, i tempi dell’editoria sono lunghi, ma ho imparato a non demordere.

Per altre curiosità, potete visitare il sito web dell’autore all’indirizzo: http://www.francescoverso.com oppure http://www.kipple.it.

Grazie Francesco del tuo tempo e… iniziamo subito!

Sebbene tu scriva fantascienza, riconosci l’importanza della documentazione e della lettura di libri specifici: per E-Doll, in cosa che cosa hai approfondito esattamente per creare uno scenario verosimile?

In e-Doll mi interessava contrapporre un’umanità naturale a una artificiale e vedere se la nascita biologica oppure quella progettata in laboratorio fosse in grado di produrre degli effetti diversi sul “nascituro” e sulla sua identità futura. Se le funzioni artificiali sono in grado di emulare quelle naturali, credo che il fattore culturale (l’educazione e i valori fondanti di un essere vivente che per definizione sono artificiali, sviluppati cioè dall’umanità) abbia la stessa probabilità di far nascere una coscienza in un computer e in un essere umano. A tale scopo, ho letto parecchi testi di filosofia della scienza, sociologia, antropologia e scienze cognitive. Inoltre ho avuto la fortuna di trascorrere un mese intero a Mosca, dove ho ambientato il romanzo.

In Italia, i romanzi rosa e di fantascienza sono tra i libri più venduti (e letti – aspetti che non sempre coincidono), eppure non se ne parla quasi mai. Perché, secondo te, in Italia la SF è considerata un genere minore, guardato di traverso dai sacerdoti degli altari letterari? Negli Stati Uniti o nel Regno Unito non sono così snob…

Perché noi scontiamo l’arretratezza culturale del nostro paese. In questo momento storico, in Italia si guarda al futuro “con la nuca”, con un certo sospetto e diffidenza. Per questo alla ricerca e alla sperimentazione si preferisce la prassi e la tradizione e dunque al romanzo di speculazione (che sia di fantascienza o un noir poco conta) si preferisce il romanzo intimista, di denuncia sociale o al massimo il romanzo storico o quello che rievochi un certo passato dimenticato. Per rendersi conto della diversa impostazione tra un autore italiano e uno anglosassone basta vedere la pagina dei ringraziamenti. Nel caso dell’italiano ci sono la famiglia, gli affetti, qualche amico, mentre gli autori anglosassoni ringraziano una quantità di persone molto numerosa che va dagli agenti letterari, agli editor, dai consulenti scientifici, ai gruppi di lettura per finire con amici e parenti… Una differenza che mette chiaramente in luce come l’autore nostrano, in larga parte (ovvio che esistono rare eccezioni), faccia tutto da solo. La conseguenza è che il nostro autore avrà enormi difficoltà a scrivere storie più grandi di sé oppure storie che esulino dal proprio specifico settore di provenienza (anche perché gli scrittori in Italia hanno quasi tutti un altro lavoro con cui sostenersi economicamente) mentre gli scrittori anglosassoni, essendo considerati dei professionisti, dispongono di un apparato editoriale molto diverso.

Visto che negli USA e nel Regno Unito questo genere ha più successo, hai già pensato di far tradurre i tuoi romanzi in inglese? Nel corso di queste interviste a scrittori stranieri mi rendo conto di quanto poco siano conosciuti gli scrittori italiani contemporanei all’estero: continuano a nominarmi Dante e Boccaccio…

È giusto che citino questi nomi perché le basi della narrativa occidentale derivano dai greci, dai latini, dal Medioevo e dal Rinascimento italiano. Così come è altrettanto giusto che noi, perso lo scettro del potere linguistico, culturale e scientifico, riconosciamo ad autori come Asimov, Heinlein, Herbert, Gibson e Stephenson di avere contribuito maggiormente allo sviluppo della narrativa fantascientifica che non gli italiani.

Comunque sì, ho fatto tradurre alcuni capitoli dei miei romanzi, anche perché le mie storie raramente sono ambientate in Italia, né hanno un carattere tipico “italiano”. Credo che l’avvento della Rete abbia contribuito in maniera determinante alla caduta dei confini geografici, culturali e quindi anche letterari. Personalmente acquisto molti più libri sul marketplace di Amazon in inglese (i libri di seconda mano) che sui portali di vendita italiani (che non hanno neppure questo servizio). E non lo faccio per motivi strani, bensì perché il mercato anglosassone è decine di volte più grande di quello nostrano e si trovano testi che in Italia non verranno mai pubblicati a prezzi che sono dal 50% all’90% più bassi.

Fai parte del Connettivismo, una recente corrente letteraria che cerca di fondere tra loro le istanze fantascientifiche e tecnologiche con quelle umane. È una delle più grandi sfide che stiamo affrontando nella nostra società: l’equilibrio tra scienza e – chiamiamola – anima. In fondo la scienza e la tecnologia sono strumenti relativamente nuovi nati per far fronte a domande ed esigenze che sono nate con l’uomo. Pensi che le domande più profonde dell’uomo possano essere risolte anche grazie alla tecnologia e la scienza oppure questi strumenti restano accessori rispetto ad altre capacità umane?

La scienza ha fornito risposte che prima ricadevano nell’ambito della fede e del misticismo. Tuttavia non vorrei che la scienza prendesse il posto della religione. Il metodo scientifico è un bel passo in avanti rispetto ai dogmi del passato. Di fatto è l’uso che si fa della tecnologia a guidare lo sviluppo di una determinata società. Almeno finché gli uomini avranno una capacità di calcolo superiore alle macchine. Poi forse, sarà il caso di aggiornare la nostra definizione di “umano” o di scriverne una nuova.

L’E-Doll è un essere artificiale creato per fungere da “sfogatoio” sessuale in una metropoli disumanizzata ma in qualche modo “sotto controllo”, anche grazie a questi androidi. Che sia il caso di accelerarne l’introduzione?

Ho ambientato il romanzo in Russia perché lì hanno avuto già esperienza di grandi esperimenti di massa. Forse un progetto “pilota” sugli e-Doll non nuocerebbe in quei paesi dove le violenze sessuali, gli abusi sui più deboli e gli scambi sesso-per-lavoro stanno assumendo dimensioni pericolosamente preoccupanti.

Hai una scrittura che è allo stesso tempo visiva e psicologica: leggendo E-Doll mi sembrava allo stesso tempo di camminare accanto a Maya e nella sua testa. Come raggiungi questo risultato? Parlaci della stesura, delle bozze, della revisione, dei tempi della tua scrittura. Anche con riferimento alla poesia, che in te si accompagna alla fantascienza.

Quando scrivo cerco di curare tutti i sensi. Un romanzo è come un lungo viaggio e in quanto tale si compone di vari aspetti sensoriali oltre che mentali. Non è tanto importante descrivere ogni aspetto di una situazione, quanto piuttosto sforzarsi di trovare quel particolare altamente significativo che la rende unica agli occhi di chi legge.

Per quanto riguarda la scrittura, i romanzi per me sono come delle vere e proprie imprese, delle avventure lunghe parecchi anni, anche perché spendo dai sei agli otto mesi a reperire il materiale per la struttura tecnologico-narrativa del testo. Leggo circa trenta o quaranta tra saggi, romanzi e antologie sul tema prescelto prima di iniziare a scrivere una sola parola. Poi arriva il tempo di costruire la storia, di immaginare i personaggi, di farli muovere in uno scenario credibile. Tutto questo porta via altri mesi. Alla fine, la stesura del romanzo vero e proprio si riduce a qualche altro mese di “scrittura pura” che poi diventa qualche anno nel momento in cui, terminato di scrivere il testo, si passa alla fase della revisione ( e qui sarebbe più giusto parlare di revisioni, almeno quattro o cinque).

Antidoti umani mi ha impegnato per circa cinque anni. E-Doll quattro e Livido tre. Questo perché nel frattempo, la quantità di tempo utile da dedicare al mestiere di scrivere è progressivamente aumentata.

Per quanto riguarda la poesia è stata una passione giovanile che pian piano ha lasciato il posto alla narrativa. Ogni tanto butto giù qualche verso, ma è ormai cosa rara.

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