Gli zoccoli rubati

Ai miei tempi, quando le mutande erano vecchie, non si buttavano, ma se ne cambiava l’elastico. Avevamo un solo paio di zoccoli per tutta la famiglia e li indossavamo a turno per la messa della domenica, senza badare se andavano bene in punta o se non slanciavano i polpacci alle donne. Solo il papà aveva diritto a tenerli durante la settimana.
Oggi si dice “largo ai giovani” ma quando ero giovane io, nessuno mi ha mai detto “prego, vai avanti” e così sto in coda adesso che sono vecchio e stavo in coda pure quando avevo vent’anni. Nessuno mi ha mai regalato nulla. Tranne il figlio del calzolaio. Si chiamava Aldo e aveva la mia età, ma a scuola non ci veniva quasi mai perché diceva che per fare buone scarpe non serviva né leggere né scrivere.
Andavo a trovarlo ogni pomeriggio: lui era sempre nella bottega del padre, con le mani e il mento appoggiati al deschetto, e non perdeva di vista nessun movimento del calzolaio. Sembrava respirare al solo scopo di ricevere un suo cenno: “Passami le tenaglie per gli occhielli” oppure “dov’è il punteruolo?”: l’aria non faceva in tempo a smettere di vibrare di quella voce, che l’attrezzo gli era già arrivato in mano. Non capivo tale venerazione per un lavoro che dava appena da campare. Il ciabattino stesso doveva avere qualcosa di strano nel cervello: lavorava borbottando in continuazione Ave Marie e Pater Noster, un colpo di martello e un kyrie eleison, una punzonata e un Mater Dei. In paese lo conoscevano tutti, era sempre stato così, tanto borbottante lui quanto taciturno il figlio.
Andavamo spesso a pescare insieme, lui ed io. Aldo era più fortunato di me: zitto e attento come un cane da riporto, i pesci sembravano cercarlo e alla sera riusciva a portare a casa un discreto pasto, mentre io restavo con la canna in mano, immobile e concentrato quanto lui, riducendo al minimo il respiro, convinto che fosse l’aria che mi usciva dai polmoni a spaventare le prede. Un giorno Aldo mi disse: “E’ inutile che stai fermo come una gallina che cova le uova”. Di solito parlava poco, le parole gli uscivano come latte da una mammella di mucca e bisognava strizzare l’argomento giusto per farne uscire frasi veloci e risolutive, che dessero soddisfazione. Se però il discorso non lo interessava, il secchio restava vuoto. Avevo l’impressione che la pesca, per quando un buon passatempo, non fosse tra i suoi argomenti preferiti, ed ero abituato ai suoi silenzi, per questo mi stupii del commento.
“Se non pigli pesci è per via degli zoccoli”, aggiunse.
“Ma io sono scalzo!” commentai.
“Appunto”. Non capivo, e lui mi spiegò sottovoce e di malavoglia che i pesci vanno da quelli che hanno i piedi coperti perché hanno l’odorato sensibile e la puzza dà fastidio anche sott’acqua. “E gli zoccoli tuoi non fanno uscire la puzza?” obiettai poco convinto.
“Fai a meno di crederci, eppure è così. Che altro motivo ci può essere per spiegare che io prendo pesci e tu no?”
Pensai alle esche, ma usavamo vermi raccolti da una stessa buca; pensai agli ami, ma erano prodotti con lo stesso fil di ferro. Forse ha ragione, pensai, ma non mi andava di dargliela vinta così lasciai perdere. Eppure non ci dormii la notte. Il pomeriggio successivo, mentre in famiglia tutti si riposavano, presi gli zoccoli che erano appoggiati sulla cassapanca in cucina: sapevo che avrebbe dovuto prenderli mio padre per andare sul campo, ma contavo di rimetterli al loro posto senza farmi vedere in modo che poi, tra tutti e otto i fratelli, non si sapesse a chi dare la colpa del furto. A mio padre non sarebbe successo nulla di grave per un pomeriggio scalzo. Quella volta andai a pescare da solo e, con mia grande meraviglia, i pesci abboccarono felici quasi quanto me. Col cestino pieno, poi, corsi a casa di Aldo: “Avevi ragione! Avevi ragione: erano gli zoccoli! Guarda qua!” e gli mostrai il bottino. Lui era appeso al deschetto: degnò di uno sguardo appena i miei trofei e commentò “Te l’avevo detto” per poi tornare a osservare il ciabattino al lavoro nel suo borbottio clericale. Padre e figlio erano particolarmente seri, ma io, esaltato com’ero, non ci feci caso. Solo tempo dopo, ripensando a quella scena, mi accorsi di quante poche calzature ci fossero quel giorno nella bottega. Tornai a casa di corsa e piombai in cucina tenendo aperto il cesto, urlando a tutti “Guardate! Guardate qui! Stasera si mangia pesce!”. In effetti tutti si girarono a guardarmi. A quell’ora la famiglia si riuniva in cucina in attesa della cena, ma i loro occhi scivolavano dal cesto per cadere ai miei piedi: nella foga avevo scordato la prova del delitto. Mia madre si premurò di prendermi il cesto dalle mani; io rimasi con la testa bassa e le braccia lungo i fianchi a guardarmi gli zoccoli, finché non arrivò mio padre a fare quello che c’era da fare. Ne presi così tante che il sedere, dopo settant’anni, mi pulsa ancora.
Il giorno dopo mi meravigliai di trovare Aldo in classe: “Che ci fai qui?” gli chiesi, ma mi rispose con un’alzata di spalle. Tornò anche i giorni successivi. Pensai che volesse abbandonare la velleità di diventare ciabattino e non ci pensai più finché una mattina, finita la scuola, i tre compagni che, oltre a lui, venivano con gli zoccoli, si ritrovarono a piedi scalzi. Di solito li lasciavano fuori della porta perché al maestro dava fastidio il rumore di legno sul pavimento, e poi li riprendevano prima di tornare a casa. Ma quella volta le quattro paia erano sparite. Notai subito che Aldo era scivolato fuori dall’aula per primo e mi chiesi se pure a lui avessero fatto lo stesso scherzo, così pensai di andare a trovarlo. Come al solito era insieme al padre. Il piano di lavoro era insolitamente spoglio, vedevo solo l’uomo di spalle che borbottava le sue litanie, ed Aldo che mi guardò entrare senza salutarmi. Mi avvicinai ai due il necessario per scorgere, sotto le mani del ciabattino, gli zoccoli di Manzetti, uno dei compagni rimasto scalzo. Stavo brucando immobile quella visione con gli occhi spalancati: sotto la suola era stato messo uno strato lattiginoso, forse gomma e l’uomo stava martellando dei sottili chiodini per fissare la tomaia nuova. Il ciabattino interruppe l’Ave Maria, mise giù la calzatura e il martello e mi chiese: “Che ne dici, cambiamo la mascherina?”
Vedendo che non avevo capito, mi spiegò: “La punta. Vedi com’è rovinata? Questa non dura tanto e le dita dei piedi sono quelle che soffrono di più il freddo d’inverno. Non ho abbastanza materiale per rifarne un paio nuovo, ma tre mascherine saltano fuori.” Fece una pausa e poi aggiunse: “Chiudi la bocca e rispondimi.”
Ubbidii all’istante facendo schioccare i denti tra loro e sigillando le labbra, poi mi ricordai di annuire. Rimasi là tutto il tempo che ci volle per risuolare gli zoccoli e rinnovare le mascherine, poi, una volta finito il lavoro, l’uomo li consegnò al figlio e uscì dalla bottega: me lo ricordo così, che se ne va di spalle seguito nell’aria dai suoi benevoli santi e madonne, come un orso che si trascina nella tana per gettarsi esausto nel letargo.
“Ma perché non hai chiesto ai nostri compagni se volevano sistemarsi gli zoccoli?” chiesi ad Aldo quando restammo soli.
“Sapevo che non avevano i soldi per pagare”, rispose.
“Vuoi dire che tuo padre ha lavorato gratis… di proposito?”
“Sono così tanti quelli che non lo pagano, che non cambiava granché. E comunque, non aveva niente altro da fare.”
Guardai la bottega: prevalevano i colori legnosi e scuri, ma solo allora notai che ciò era dovuto alla mancanza delle pelli e degli strumenti, ad eccezione di quelli che erano serviti per le quattro paia di zoccoli. “Smette di lavorare?” chiesi.
“Gli tocca. Il dottore gli ha detto che è molto malato e che deve andare in montagna per non si sa quanto tempo. Così non ha più accettato lavori nuovi e un po’ alla volta ha svuotato tutto.”
“E questi zoccoli, allora?”
Aldo sorrise: non lo faceva spesso e il ricordo di quei denti bianchi me lo sono messo nella cassetta di sicurezza, qua nella testa, e guai a chi me lo tocca. Disse: “Non ce l’ha fatta a restare senza far nulla in attesa di partire per il sanatorio. Mamma non permetteva a nessun cliente di avvicinarsi a lui con una scarpa in mano, e così sono intervenuto io.”
“Ah.” Risposi. Non c’era altro da aggiungere tra di noi. Sapevamo entrambi che ora si trattava di far ricomparire quegli zoccoli in classe come nelle magie di mago Merlino, anche se poi tutti avrebbero comunque capito cosa era successo. Bisognava solo salvare la faccia: anche quella dei nostri compagni che non avrebbero potuto pagarsi una riparazione dal ciabattino.
La mattina successiva ci appostammo dietro la quercia vicina alla scuola per contare i compagni di classe che entravano. Al trentottesimo ci alzammo ed entrammo pure noi quando tutti gli altri non potevano vederci perché già seduti ai propri banchi. Io entrai per primo e Aldo, dietro di me, lasciò gli zoccoli davanti alla porta con un movimento rapido che non vidi, ma percepii dal fruscio dei suoi pantaloni. Una volta seduti ci scambiammo un’occhiata. Il maestro alzò la testa dal registro e iniziò l’appello: “Abatini… Alberti… Asso… Barberis…”
Se ne accorsero alla ricreazione, uscendo in cortile. Gli zoccoli erano allineati in modo da inciamparci subito sopra all’uscita della scuola: c’erano anche quelli di Aldo. Manzetti. urlò: “Ma quelli sono i miei zoccoli, e ci sono anche quelli di Cova e di Nordio!”
“No, non sono quelli, non vedi che sono diversi?”
Cova si fece spazio per guardarli meglio: “Ma sì che sono i nostri, guardate, qualcuno gli ha aggiunto una suola in gomma e ha cambiato la punta!”
“Si chiama mascherina!” disse Aldo. Si ritrovò ottantadue occhi addosso. A guardarlo sembrava che avesse schiacciato una cimice per sbaglio e che trattenesse il respiro per non sentirne la puzza. Fu il maestro a parlare per primo: “La suola in gomma. Ottima idea. Così potrete tenerli anche in classe senza disturbare le lezioni”, e uscì senza che potessimo vedere la sua faccia. Restammo tutti a guardare i quattro fortunati in un misto di invidia e rispetto come se fossero appena stati promossi nella classe degli adulti. Già prima erano considerati dei privilegiati, perché non pestavano la terra con la pelle dei piedi dalla mattina alla sera: ora ci sembrava che portassero una invisibile palma da vincitori dietro le spalle.
Qualche giorno dopo Aldo ed io andammo a pescare. Appena prima di metterci seduti e di iniziare il consueto rituale, lui mi toccò un braccio: “Guarda dentro qua”, e mi porse il suo cestino. “Mio padre mi ha detto che sono per te.”
Il suo cesto era grande, doveva esserlo per contenere tutti i pesci che ogni volta si prendeva al posto mio. Lo aprii dopo aver tolto il bastoncino di vimini che faceva da chiusura: all’interno c’era un paio di zoccoli in legno chiaro. Ed erano della stessa lunghezza del mio piede. Erano gli zoccoli che ogni tanto mi comparivano in sogno: erano scappati dalle mie notti e ora me li trovavo davanti, ed erano solo miei. O per lo meno, lo rimasero quelle volte che andavo a pescare: i miei accettarono di farmeli tenere al fiume perché, sebbene non avessero capito come, ne tornavo sempre col cesto pieno; ma in famiglia dovevo poi prestarli ai miei fratelli più piccoli a domeniche alterne per la messa. Per tutto il resto del tempo, a casa, a scuola, quando giocavo nei campi, gli zoccoli dovevano restare appesi a un chiodo vicino alla porta della cucina, perché a usarli troppo si sarebbero potuti rovinare.
E infatti non si sono rovinati. Ce li ho ancora. E quando ho iniziato a lavorare, me li mettevo sul deschetto e li tenevo là, a mo’ di ispirazione. Anche se dovevo fare un paio di scarpe su misura o aggiustare il manico di una borsa: sempre là. E anche adesso che ho chiuso bottega, quegli zoccoli mi fanno compagnia, più necessari della pensione e più allegri di un cesto pieno di trote.

Serena Gobbo (racconto vincitore del concorso Lario Fiere 2011)

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