Follia e sacro

Cerchiamo i partire dalle parole, che sono l’unico mezzo per trasmettere messaggi complessi attraverso la scrittura. Ebbene, non trovo nessuna soddisfacente definizione di follia (perché qui non parlerò né di patologia né di biologia, dunque siamo fuori dall’ambito scientifico).

Mancanza di raziocinio? Ma cos’è questo raziocinio? La facoltà di esercitare la ragione in modo equilibrato. Qui la necessità di definire comincia a biforcarsi rendendosi necessario chiarire sia cos’è la ragione, che l’equilibrio. Ma limitiamoci alla prima.

La ragione è la capacità di pensare stabilendo rapporti tra i concetti, di giudicare discernendo il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto.

A questo punto si apre l’abisso, e possiamo abbandonare l’inutile fardello del vocabolario: non ci porterà da nessuna parte. Non si può definire la follia, ci manca la definizione di sanità, perché non possiamo classificare matematicamente il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, eppure ci proviamo sempre, incapaci di semplice Accettazione dell’esistente. Beati gli animali!

Eppure, dal nostro punto di vista, anche le bestie impazziscono: quando perdono l’istinto di vivere. Sono pazzi i lemming quando la loro popolazione raggiunge il numero critico e iniziano a correre in massa fino a cadere in crepacci o annegare nei fiumi; perdono la ragione i cani che smettono di mangiare se muore il padrone; perdono la ragione i cetacei, quando si arenano sulle spiagge per morire. Possiamo servirci di questi esempi per dire che l’uomo è savio quando mantiene l’istinto di vivere?

Ma cosa significa vivere per l’uomo? Capacità di scambio con l’ambiente circostante; capacità di reagire agli stimoli e di riprodursi sono caratteristiche universalmente attribuibili agli esseri viventi; ma l’uomo (forse) è tale solo per la sua capacità di trascendere l’esistente. Non ci accontentiamo del mondo tangibile come fanno le amebe e i gatti, vogliamo di più. Il “penso, dunque sono” è una malattia prettamente umana, e se il mondo materiale ci diventa insufficiente, ci attacchiamo alle Idee.

Lasciamo stare Platone: qui per Idee intendo semplicemente astrazioni della mente, qualcosa che in natura non esiste, perché la natura tangibile ci sta stretta.

La proprietà è un’idea. Uno dei primi concetti che si trasmettono nei corsi di diritto è la distinzione tra proprietà e possesso: solo quest’ultimo è uno stato di fatto, una situazione tangibile, che si può vedere. La proprietà non è nulla di tutto ciò, può sussistere indipendentemente dal possesso e viceversa: è un’idea che riempie carte e provoca guerre. Quanta gente more e soffre per quest’aria fritta?

Il futuro è un’idea, è qualcosa che ci creiamo tra le orecchie, che ci fa sentire a disagio se lo zodiaco ci è avverso, che ha creato meteorologi e aruspici, e questi ultimi, a loro volta, hanno spesso deciso i tempi delle guerre intraprese per l’aria fritta della proprietà.

Le Idee sono invenzioni, creazioni dal nulla, non sono scoperte.

La storia è un’idea? Se la considero dal punto di vista dell’attività di ricerca, no, non è così astratta come la proprietà e il futuro. E poi è troppo legata al processo della scrittura, che è materia e azione al tempo stesso. Eppure, se la prendiamo come insieme di fatti passati, considerando la mole di questi fatti, la storia diventa un’operazione di cernita, e questo me la rende gemella siamese del Valore, quel Valore che è necessario per scegliere. La scelta è una brutta bestia, perché ti costringe sempre a rinunciare a qualcosa. Se dunque la Storia diventa un’operazione morale (senza ulteriori aggettivi), per me anche lei è un’idea. E anche qui si cade nella catena di conseguenze che si lega all’Idea del passato valorizzato: guerre, razzismi, rancori…

Ci saranno altri esempi di Idee, ma mi fermo a questi tre: proprietà, futuro, passato valorizzato. Perché siamo andati in cerca di queste complicazioni quando per vivere ci basterebbero cibo, acqua, riparo e compagnia? Perché ci manca la terra sotto i piedi. E perché?

Quando un bambino vede qualcosa che non conosce, chiede una spiegazione ai genitori. A cosa serve la bicicletta? Per andare dalla nonna. Perché? Perché è da sola. Perché? Perché il nonno è morto. Perché? Perché era malato. Perché? Perché fumava. Perché?

Ebbene, è incredibile, ma da qualunque oggetto si parta, i perché dei bambini sono potenzialmente infiniti; e quando cominciano le domande, la coscienza dell’infinita catena delle risposte possibili ci causa quell’irritazione che ci fa chiudere la bocca al nano di turno con un “è così perché è così, e basta”.

Ecco dunque il motivo per cui creiamo aria fritta: Perché ci manca la Causa Prima, la risposta che potrebbe soddisfare un bambinetto e fargli dire: “ah, adesso ho capito!”

Va bene, chiamiamola ricerca del Sacro, ma, al pari della felicità della Costituzione Statunitense, è destinata allo stadio di ricerca, perché il sacro non si concretizzerà mai. Il mestiere più antico del mondo non è la prostituta, come alcuni credono, ma il sacerdote, lo sciamano, la persona investita di auspicabili poteri spirituali. E’ un mestiere perché il lavoro non viene svolto per interesse puramente personale, ma c’è un’investitura per e da parte della comunità. Sono migliaia e migliaia di anni che prendiamo uomini, li vestiamo di piume o tonache e affibbiamo loro il dovere di trovare e mostraci il Sacro; e siamo ancora al punto di partenza, la ricerca sembra non essere mai progredita dai tempi in cui adoravamo il sole: abbiamo solo cambiato gli oggetti di culto, come ci cambiamo d’abito con le mode. Peggio di tutto: abbiamo istituzionalizzato la figura dello sciamano, del sacerdote, delle chiese, senza accorgerci che se all’inizio un’istituzione nasce per perseguire in forma organizzata un certo scopo, col tempo quello scopo si sfilaccia, si perde per strada, e l’istituzione vive per se stessa, il suo unico obiettivo diventa la propria esistenza: perché le energie e le risorse che impiega per mantenersi in vita diventano superiori a quelle che impiega per perseguire lo scopo per cui è nata.

Non credo sia una questione di maturità dell’essere umano: ne abbiamo fatta di strada da quando mangiavamo carne cruda perché non conoscevamo il fuoco. E’ solo che abbiamo un horror vaqui del mistero e lo dobbiamo riempire con qualcosa. Il nostro cervello è fatto così, non concepisce il vuoto, come il nostro corpo non sopporta il freddo e ricerca gli abiti.

Ma il mistero, il vuoto, il mancante c’è.

Noi siamo fatti di vuoto, i nostri atomi sono composti quasi solo di vuoto, e ci ostiniamo a rinnegare la nostra essenza. E allora quale sarebbe la forma perfetta, assoluta, infinita di sanità mentale?

L’Accettazione.

Quando un samurai usciva di casa al mattino per seguire il suo signore, accettava l’idea che avrebbe potuto morire nel corso della giornata. Quando noi usciamo di casa al mattino non accettiamo neanche l’eventualità che la pioggia possa bagnarci l’auto.

Proprio banale. Come l’accontentarsi di ciò che si ha e si è, e di ciò che c’è e, soprattutto, di ciò che non c’è.

Così diventa follia tutto ciò che non è Accettazione.

L’omologazione è follia: il non accettare come si è fatti, perché ci piace di più assomigliare agli altri. Il film “Essere John Malkovich” da questo punto di vista rende bene l’assurdità di voler diventare qualcun altro: il protagonista ha trovato una porta attraverso cui si ritrova nel corpo dell’attore americano. All’inizio euforico, passa attraverso varie peripezie per restare alla fine incastrato vita natural durante in un corpo sul quale non ha più nessuna influenza, potendosi solo limitare a guardare quello che succede attraverso gli occhi altrui.

Un’altra forma di non Accettazione è il consumismo. E poi si scende, ancora, verso le devianze: alcolismo e droga, per provare mondi diversi o almeno dimenticare quello in cui si è. Si perde il contatto col proprio io perché non ci piace: una persona ubriaca assume un’identità diversa da quella sobria.

Se raggiungessimo l’Accettazione di sé (che non è semplice passività davanti alle ingiustizie esterne), molti di questi problemi sarebbero alleviati. Ma l’accettazione è incompatibile col ragionamento o, forse, è una fase successiva. E più una forma di fede, di abbandono (sempre riferito a se stessi, non ai mali esterni), ed è incompatibile anche con la ricerca o, forse, è una fase successiva. Il “forse” non può essere tralasciato: ci sono persone che nascono con la vocazione di accettare: beate loro; ma gli altri devono sudare e, spesso, non la raggiungono mai perché è un processo che va avanti per prove ed errori, e non ci sono libri di ricette. Il guaio è che si tratta di un processo individuale al 100%, e se la ricerca fallisce, oltre che alle devianze già dette, si può giungere alla forma assoluta di non accettazione: il suicidio.

Non si può dunque condividere la teoria di Durkheim secondo cui il suicidio deriva sempre da forze collettive coercitive ed è inversamente proporzionale al grado di integrazione del gruppo: Durkheim partiva da una posizione in cui lo stato massimamente auspicabile in una società era l’ordine (una reazione ai tempi turbolenti in cui era vissuto, dal 1848 in poi), dunque se l’Accettazione (termine che lui non usava) era un valore positivo, lo era solo nella misura in cui si accettavano le regole del gruppo. La prospettiva è qui esterna all’individuo, e le forme di malessere individuale le giustificava sempre a livello societario: troppo limitante, ma il sociologo era un figlio del suo tempo.

Come si può perseguire l’Accettazione? Mi vengono in mente due elementi necessari (non sono sicura che siano anche sufficienti, ma ci si può lavorare): autoconsapevolezza e disciplina. La prima è necessaria perché se non so cosa sono e cosa non sono, cosa c’è e cosa non c’è, non posso decidere di accettare alcunché. Ho usato la parola “decidere”: è un atto della volontà? Per me sì; per me, anche la fede parte da un atto di volontà.

La disciplina è forse ancora più difficile da raggiungere rispetto all’autoconsapevolezza, perché implica costanza, applicazione continuata nel tempo: ci vuole più coraggio a curare un malato giorno dopo giorno che a gettarsi in mare per salvare qualcuno che sta annegando. Magari una volta consapevoli di ciò che siamo e che non siamo, ci dichiariamo entusiasticamente pronti ad accettarci, e ci sentiamo addosso tutte le energie sufficienti per portare avanti questo obiettivo. E’ lo Stato Nascente di alberoniana memoria (quando Alberoni era ancora un sociologo serio e non si perdeva a riempire carta per venderla), ma per definizione questa è un’energia che non resiste alla prova del tempo. Allora la disciplina deve continuamente rinnovarsi in atti di volontà che si susseguono giorno dopo giorno.

Eccola di nuovo, questa volontà.

Perché è la volontà che fa la differenza, o, forse, è la differenza. Non la voglia; l’impulso di comprarci un’auto o una pasta perché in TV le hanno pubblicizzate o abbiamo sentito un profumo per strada. La voglia è un effetto causato da qualcosa che sta fuori di noi, mentre la volontà è una causa che provoca effetti anche fuori di noi. Un architetto che progetta villette a schiera che si ripetono come i bambini che intagliavamo da piccoli nella carta e che si tenevano per mano, provoca effetti all’esterno, ma il motivo per cui ha disegnato in quel modo parte da fuori di lui: da esigenze di spazio, di budget, di piano regolatore. Sembra che egli abbia iniziato il disegno partendo da una scintilla di volontà, ma è solo un’illusione. La fontana del Bernini è un atto di volontà. Servono nomi scritti sui libri di storia per esemplificare altri atti di volontà? No, basta un pupazzo di fango costruito da un bambino.

La volontà è una forza, e in quanto tale, produce lavoro, mette in moto cose e processi, e agisce di continuo per evitare che questi soccombano all’inerzia e alla pigrizia. Siamo “fragili contenitori di forze che non possediamo”, dice Michele Prisco nel suo romanzo I cieli della sera, e il dubbio che la volontà parta da un posto dentro di noi così profondo da esserci alieno, mi rimane. La voglia, invece, spesso è proprio una manifestazione di inerzia e pigrizia.

La volontà è portatrice di differenze, di personalità; la voglia genera uguaglianza, piattezza, casette a schiera, globalizzazione.

È la voglia che genera l’insanità, perché tutti ci portiamo dentro la volontà, e questa forza preme sulle pareti interne del nostro corpo per uscire, per manifestare la propria differenza. Ma la differenza disturba, meglio non mostrarla in giro, e così, quell’energia che potremmo buttar fuori per cambiare il mondo la dobbiamo impiegare per tenere rinchiusa la nostra volontà. E tutto si chiude con la follia.

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