EZIOLOGIA DEL DESIGN

Sposo la teoria secondo cui il design è una protesi tra l’uomo e il suo ambiente: gli serve per accomodarsi meglio al suo contesto, e qui si parla di design funzionalista (Andries Van Onck). In un approccio simile non si può esimersi dallo studio della natura stessa. Quando il designer si accinge a creare un prodotto, parte da forme pre-esistenti, e le modifica, per unione, sottrazione e/o trasformazione; applica cioè il suo modello di design mentale (MDM, sempre Van Onck): così facendo, però, pur rimanendo vincolato a ragioni funzionali e produttive, finisce con il dare avvio a un nuovo processo semiotico grazie al quale il prodotto si arricchisce di significati che, spesso, avranno un effetto sul subconscio dell’utente finale.

Si va dunque oltre la funzionalità: nascono richiami a miti e significati arcaici che a volte sono il “di più” che fa scivolare il cliente verso una scelta anziché un’altra. (Un inciso: mi chiedo se ci sono design che possono esistere a prescindere da questi richiami arcaici oppure, se per il fatto stesso di creare un nuovo disegno, questo processo porta inevitabilmente a nuovi significati… esiste una forma-base di creazione umana che sia riconducibile solo ed esclusivamente a se stessa? ma ci rifletterò in altra sede)

Poniamo l’esempio della sedia Rosso-Blu del designer Rietveld. I colori non sono casuali: il rosso sulla superficie verticale richiama la mascolinità, l’attività; il blu sulle superfici orizzontali richiama la femminilità, la passività; il giallo segnala l’interruzione; il nero è un colore neutro che deve limitarsi a sostenere gli altri protagonisti e a rendere l’immagine di una serie di entità cromatiche che fluttuano sostenute dal nulla: il tutto raccolto secondo moduli rettangolari pretenziosamente rivolti a rappresentare l’armonia universale spazio-tempo. E ancora: avete presente il Bunraku, il teatro giapponese della marionette? Pupazzi grandi e colorati sostenuti e movimentati da uomini vestiti di nero che sono visibili, pur se sullo sfondo altrettanto nero, ma che vengono convenzionalmente ignorati dal pubblico. Ecco i richiami a significati che trascendono la sedia-oggetto.

Detto questo: tali allusioni da chi possono venir colte? Il riccone che può permettersi una Mendini originale può afferrare l’eziologia che porta a certe scelte estetiche al posto di altre? Io sono sincera: senza la spiegazione, non ci arrivo.

Ma, non solo: l’acquirente medio di una sedia di design che la compra come espressione di uno status sociale ed economico, cosa guadagna, a livello umano, dal possederla? Si arricchisce di qualità morali?

E allora, abbondando con l’aria fritta che vige in materia di design (e alla quale mi sto abbandonando pure io nel corso di queste brevi riflessioni) l’interrogativo si amplia: il design può essere considerato Arte?

L’aspetto artistico non è ostacolato dalla necessaria funzionalità dell’oggetto: spesso i limiti incrementano la creatività, incentivano la sperimentazione di strade nuove, strizzano il cervello e lo fanno trasudare innovazione. Se il design non può considerarsi Arte, secondo me i motivi vanno ricercati altrove.

Scomodiamo Bergson (ne brutalizzerò la filosofia, ma ho bisogno di scendere a un linguaggio che non sia ariafrittesco).

Per vivere in società è necessario fare una cernita degli aspetti cui dedicare la propria attenzione: se sto andando al lavoro in macchina, non posso fermarmi per contemplare una calla in un fosso, perché non sarebbe accettabile dal mio contesto; se si colgono degli aspetti ambigui o immorali in certe persone, spesso il ruolo sociale che si riveste impone di stare zitti e ignorarli. Si deve farlo e si fa, e va bene così, perché bisogna scendere a compromessi col proprio ambiente se ci si vuol vivere dentro. Compito dell’arte però, secondo Bergson, è proprio quello di togliere i veli sociali che ci coprono certe realtà, svelare la natura, umana o ambientale che sia, avvicinarci ad essa, nei suoi pregi e nei suoi difetti.

Un compito del genere il design industriale può svolgerlo (eventualmente) solo nel frammento iniziale della sua esistenza, cioè nell’ideazione. Nei passaggi successivi, l’opera di “svelamento” viene soffocata da altre priorità, in primis, quella commerciale.

Anche uscendo dall’ambito industriale, la creatività in generale deve essere chiara nei suoi scopi: Se sono un artigiano o un pittore e creo un oggetto, sia un tavolo o un quadro, allo scopo di venderlo, lo scopo non è più l’arte, lo svelamento della natura, ma la vendita: l’una esclude l’altra. Lo “scopo di lucro” non è uno svelamento, ma il suo contrario, è, se vogliamo usare termini marxisti un po’ a casaccio, una sovrastruttura; è un ulteriore adeguamento alla realtà sociale in cui si vive.

Mi tirare fuori Raffaello e i suoi ritratti dicendomi che, pur essendo nati per essere venduti, sono arte? Balle. Pur essendo ottimi esercizi tecnici, ammirevoli, irraggiungibili, non li considero arte. Ma io sono ignorante.

Allora scomodiamo, stavolta, Camus, con il suo discorso di accettazione del premio Nobel: dando per assodato che l’uomo vive nella solitudine, questo stato può essere alleviato, nel caso specifico dallo scrittore, quando l’opera d’arte aiuta ad aumentare la Verità e la Libertà dell’uomo. Lo fa uno spremiagrumi di design, questo?

È ora di finirla di parlare di design industriale come Arte. È tecnica, è intelligenza, è sensibilità estetica (non sempre), è moda, è fiuto, è furbizia, è tecnologia (produzione in serie che esclude l’intervento umano: come si fa a prescindere dalla fatica e dall’elemento umano in arte??), è capacità di vendersi, è pubblicità e molte altre belle e utili cose, ma non è Arte. Definire Arte il design industriale significa creare fumo per nascondere altre intenzioni. Accettabile dal punto di vista di un industriale, logicissimo dal punto di vista commerciale, ma non tacciamo di ignoranza o pigrizia chi finge di non sapere quali sono le vere ragioni di certi discorsi.

Leave a comment

Filed under Libri & C.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s