Bianco

Sembra che l’editore non abbia mai ricevuto questo mio racconto, perchè proprio quando l’ho mandato hanno avuto dei problemi con le mail. Dunque, visto che non posso riutilizzarlo per altri concorsi, lo posto qui.

Si è appena svegliata e aprendo gli occhi dimentica di essere in ferie. Guarda la sveglia, la mette a fuoco, per un istante teme che sia tardi. Poi ricorda. Decide che farà colazione al bar. Si lava, si veste in fretta. È una giornata strana, il tempo potrebbe cambiare da un momento all’altro. Ordina il suo caffè, si siede a un tavolo appartato, da cui non distingue le parole degli altri. Solo un fittissimo, uniforme ronzio. Getta un’occhiata distratta al giornale, le sembra di sapere già tutto. Ma quanto sono vecchie queste notizie? Sfoglia veloce, in cerca delle pagine di cronaca. La tazzina resta sospesa a mezz’aria. In una fotografia le è sembrato di vedere un volto somigliante al suo. Lo fissa più a fondo, il cuore sembra già impazzito. Legge il titolo, sillaba per sillaba. Riguarda lei.

Il ronzio del locale sembra essersi addormentato e tutto sparisce davanti a quelle righe. Il titolo dice: “Giovane impiegata ferisce collega”. L’articolo continua: “Ieri, alle ore 12:15, nella sala mensa della Giorgi SpA, Marta Rusconi, trentaduenne di Venezia, ha prima insultato e poi ripetutamente colpito con la forchetta la collega Giulia Ronzini, 41 anni. La vittima, attualmente ricoverata sotto shock all’ospedale di Mestre, ha riportato varie ferite al viso e alle braccia, perdendo l’uso dell’occhio destro. I testimoni hanno riferito che la Rusconi quel mattino si era comportata normalmente, e che l’aggressione è stata del tutto improvvisa. Le due colleghe sono rimaste tranquillamente sedute l’una accanto all’altra fino all’esplosione immotivata degli insulti della Rusconi. La vittima non ha avuto il tempo di reagire. la Rusconi si è alzata in piedi iniziando a colpirla con brutalità, e quattro uomini, accorsi in soccorso, hanno dovuto tramortirla per fermarne la furia. La donna, che non ha mai dato segni di squilibrio mentale, è stata ricoverata all’ospedale psichiatrico di Padova”.

Marta annaspa, posa tremante la tazzina del caffè sul giornale, lasciandone cadere alcune gocce. Con i piedi spinge la sedia indietro, provocando uno stridio che fa voltare qualche testa. Rilegge l’articolo, guarda ancora la foto: non c’è dubbio, è lei. Chi è quel giornalista che ha pubblicato quelle scemenze? Dove ha trovato il suo nome, e la foto della sua patente? Ride: scarica la tensione, ma il suono che ha emesso deve avere qualcosa di incongruo, perché i clienti dei tavoli vicini iniziano a fissarla. Deve essere uno scherzo.

E se fosse davvero successo qualcosa a Giulia? Marta rivede la collega, l’unica che ha scavalcato il muro dei numeri e delle scadenze dell’IVA per ascoltare le sue fisime. La vede entrare in ufficio con il suo solito abbigliamento bianco passivo, dondolante sulla gamba che si è dimenticata di crescere, come una bici con la ruota sgonfia. Le spalle, piegate in avanti, sembrano lembi di una foglia disidratata, e chiudono, come a proteggerlo, il cuore timido. Giulia, in azienda, è un sacco da boxe che raccoglie su di sé i pugni verbali di chi vuol ridere o sfogarsi. La sua voce è flebile come un fiocco di cotone che cade, e rapida, per non rubare tempo altrui. Certo, è verosimile che una come lei abbia risvegliato i lati più oscuri di un collega stanco o deluso. Giulia non si difende mai, e questa sua remissività incentiva gli sfoghi anche di chi pubblicamente non può dirsi, secondo gli schemi abituali, cattivo.

Marta si alza. Vuol sapere come sta Giulia, deve capire chi le ha fatto del male. Paga il caffè e si dirige a grandi passi verso la porta. La foga le permette a malapena di allungare la mano sulla maniglia, e si ritrova con tutto il corpo aderente al vetro freddo, il braccio piegato tra lo sterno e la porta bloccata. Tira e spinge, senza risultato; allora si gira verso il barista: “Qui non si apre!”

L’uomo sembra non averla sentita, e dopo aver lasciato cadere le monete nella cassa, passa lo straccio sul bancone. “Ehi, la porta è bloccata”. La sua voce rimbomba nel silenzio, come se il bar si fosse svuotato di colpo dei clienti e dei mobili. Marta si innervosisce: si dirige verso il barista, e gli afferra il braccio. Le sembra di toccare uno spaventapasseri privo di reazioni e dalla temperatura mimetizzata con l’ambiente. “Le ho detto che la porta è bloccata, non riesco ad uscire”. Marta parla a bassa voce, perché teme che il controllo del volume possa essere solo la prima di una lunga serie di perdite; ma l’uomo non risponde, non la guarda, né si muove. La passività non è un attributo da umani: un tappeto, un bottone o un sasso possono permettersi di essere passivi. Non una persona. La fisiologia stessa del corpo umano ripropone all’infinito leggi di causa ed effetto che aborrono la passività, che bramano risposte, che scivolano nel nulla solo quando la persona non è più tale. È per questo che il bianco, quello vero, non è un colore umano: la sua passività glielo impedisce.

Marta si butta di nuovo sulla porta: inizia a strattonarla in silenzio, ma lo sforzo delle braccia sottrae energia ai muscoli della gola, quelli che dovrebbero trattenere la voce. E infatti il grido evade: “Fatemi uscire!”

Quella voce è l’unica emanazione del suo corpo ad evadere. Il dottore fa stridere la penna sulla cartellina, chiude lo sportello della porta imbottita e si allontana lungo il silenzioso corridoio bianco.

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