Le basi dell’arte

Non ero soddisfatta delle mie pseudoconclusioni sull’arte, così, dietro consiglio di uno degli autori, mi sto leggendo LE DOMANDE DELLA FILOSOFIA di Mancini, Battistin, Marini (La nuova italia). Qui segue un riassunto a mio uso personale per chiarirmi le idee…

Si comincia a parlare di estetica, come scienza moderna del bello, nel Settecento, ad opera di Baumgarten, che ne fa una disciplina separata. Prima il bello e l’arte erano due cose a sè stanti. Non che con l’estetica si riunifichino in un unico concetto: perchè esiste anche il bello naturale, che non è arte, ed esiste l’arte che non è bella, perchè è volutamente brutta.

L’arte è verità? Non nel senso che debba dire o raccontare o disegnare le cose come stanno, perchè l’arte è sempre FANTASIA, figlia dell’immaginazione. Però ci sono forme di verità che vanno al di là delle apparenze, e queste ci interessano! Inoltre, si può parlare di verità come di coerenza a delle regole (e qui mi ricollego al mio post precedente: le regole della composizione musicale o della pittura… qualcosa l’avevo intuito).

L’arte ha sempre a che fare con la morale? Per i greci antichi, per i quali l’arte era la techne, cioè la tecnica del fase, la fabbricazione, il processo di produzione, doveva esserci sempre un valore morale o educativo: perciò non bastava la forma (cosa che invece basta a noi contemporanei per considerare l’arte autonoma).

L’arte ha sempre a che fare con l’utile? Nel passato sì: le pitture degli uomini delle caverne avevano lo scopo di propiziare la cattura degli animali per mangiare (e qui io avrei peccato di miopia, perchè ho ragionato con la testa del 2011). Oggi invece un’opera d’arte può essere utile, ma non necessariamente.

L’arte deve sempre procurare piacere? Per gli antichi sì, ma sempre connesso all’intelletto. Perchè è un piacere che, per loro, derivava dall’esatta percezione del Vero.

Quei furboni dei greci antichi classificavano le arti in base alla loro importanza distinguendo le servili (le techne) da quelle liberali. Quelle liberali sarebbero le arti di oggi, ma con una differenza: allora le distinguevano in base al coinvolgimento di lavoro manuale: pittura, scultura e architettura erano arti liberali “minori”, mentre quelle “superiori” erano la poesia, la danza e la musica, per le quali c’erano delle muse (invece pittura scultura ecc… erano senza muse, poveracce).

Il teatro tragico imitava (dal punto di vista espressivo: mìmesis) la vita reale, e la partecipazione alle emozioni che la musica o la poesia donavano, si poteva accedere alla Catarsi (o purificazione, guarigione dell’anima). Ecco lo scopo morale! La poesia in particolare godeva di una posizione privilegiata non solo perchè esisteva indipendentemente dalle attività manuali, ma anche perchè permetteva, attraverso uno stato di “esaltazione profetica” di raggiungere uno stato di conoscenza superiore. Attenzione però: la poesia era pur sempre INGANNO. E’ ambivalente perchè permette una catarsi ma è intrecciata di abbellimenti e incanti per dare piacere, e questo può sviare dalla retta via (pensiamo alle sirene di ulisse).

E ora, ricopio una parte sul POETA SOCIALMENTE PERICOLOSO:

“La ‘diversità’ del poeta, a causa della sua confidenza con il ‘divino’ e della sua capacità di proiettare l’ascoltatore in un mondo diverso, lo situa, nell’antichità, in una posizione socialmente precaria e non sempre bene accetta. Tale rimarrà ancora per molti secoli: ancora nell’Ottocento, la diffidenza verso l’artista era diffusa nella società borghese, nutrica dal comune convincimento che ‘fare l’artista’ non fosse un vero lavoro. E’ possibile che ancora oggi si tema dell’artista ciò che Platone (…) temava più di due millenni or sono: la sua capacità di ‘far uscire di sè’?”

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