Intervista allo scrittore Domenico Gullo

Domenico Gullo è l’autore del libro “La vecchia Legnano” (trovate anche la mia recensione su Sololibri.net).

Ringraziandolo per la sua disponibilità, passo subito all’intervista:

1) Quando ha sentito il bisogno di iniziare a scrivere questo libro? C’è stato qualcosa che l’ha definitivamente spinta a farlo?

In effetti l’idea di scrivere qualcosa delle storie che mi erano passate accanto l’avevo già da molto tempo, non era un bisogno vero e proprio e non ricordo ci sia stato un particolare impulso a spingermi a cominciare la stesura del libro. Tutto è cominciato scrivendo qualche pagina di quello che doveva essere un breve racconto sull’emigrazione, sulle partenze e sui sacrifici di molte famiglie costrette a lasciare la propria terra. Un amico scrittore mi convinse a sviluppare l’argomento e così ha preso corpo la “vecchia Legnano”.

2) Avendo anche lei un lavoro che non è legato alla scrittura, come è riuscito a trovare il tempo per portare a termine un libro?

Non ho avuto nessun problema da quel punto di vista: a me piace molto scrivere nelle ore serali e notturne. Il libro è stato quasi interamente scritto in quelle ore che io considero le migliori per pensare, le più proficue per concepire e per lasciarsi avvolgere dall’atmosfera necessaria alla scrittura. Le idee che durante il giorno nascevano in me le annotavo in un blocchetto per poi riprenderle e svilupparle la sera, credo sia il modo migliore per riuscire a lavorare in modo equilibrato e razionale. Normalmente quando ci si siede per scrivere è bene sapere già cosa mettere sul foglio bianco, sedersi e aspettare una qualche ispirazione non è il modo migliore per affrontare la stesura di un libro

3) Nel libro si parla molto di odori e profumi, ma anche di colori e luci. Oltre ai sensi dell’odorato e della vista, c’è qualcosa che il suo tatto ricorda in particolare?

Un ricordo in me molto presente è legato al lavoro, alla terra ed in particolare alle mani di mio padre. Mani forti, mani che quando toccavo erano ruvide, mani da contadino. Mani dal tocco gentile però, perché la terra va curata con amore e dedizione, i frutti vanno raccolti con garbo e gentilezza, gli innesti richiedono gesti delicati e accorti. Quelle mani sono legate anche ad un profumo di sapone e tabacco, una mistura particolare che ancora oggi piacevolmente mi pare di sentire quando penso a quegli anni.

4) Accenna più di una volta ai costumi femminili e alla lingua: ci sono altre caratteristiche legate alla cultura arbereshe ma che non ha nominato in questo libro?

Avrei voluto dedicare più spazio alla descrizione di molte cerimonie legate alla nascita, alla morte e al matrimonio che ancora oggi hanno riferimenti alle antiche tradizioni e ne riprendono, se non l’aspetto scenografico per intero, lo spirito e la passione. Mi riprometto di farlo adottando una struttura narrativa più simile al romanzo che non alla raccolta di racconti.

5) Quali difficoltà ha incontrato, se ne ha incontrate, a definire la cultura arbereshe in un’opera letteraria?

In un passo del libro ho cercato di condensare al minimo la storia del popolo arbereshe in modo da mettere il lettore in condizione tale da avere un quadro essenziale di quelle che erano e sono le nostre origini e la nostra cultura, senza che il tutto apparisse come una lezione di storia che avrebbe avuto poco senso nel contesto del racconto. Ho cercato comunque di mostrare la nostra realtà, passata e presente, attraverso racconti di vita quotidiana, ritengo che sia il mezzo più idoneo, meno accademico e sicuramente più immediato per far sì che il lettore si immerga facilmente nel contesto che una storia descrive.

6) Le capita di leggere autori di cultura arbereshe o comunque legati ad altre simili realtà di nicchia?

Mi piace molto leggere Carmine Abate, autore nato a Carfizzi, in provincia di Catanzaro, paese anch’esso di origine arbereshe. Penso che più di altri sia riuscito a descrivere in modo così esaltante e mirabile la nostra cultura e le nostre tradizioni, un romanziere eccezionale che rende onore alla nostra terra di Calabria.

7) “Certe risposte la vita te le fa aspettare per un bel po’, e, quando arrivano, è già ora di affrontare altre domande”: questo libro ha risposto a delle domande? E, se sì, ha risposto in tempo o troppo tardi?

Guardi, questo libro non è nato per rispondere a delle domande, sarebbe presuntuoso pensarlo. E’ nato per descrivere il contesto in cui certe domande sono nate, come sono state affrontate, che impatto hanno avuto sulle persone e che risposte queste domande hanno generato. Inevitabilmente alcune di queste domande sono rimaste tali, il lettore potrà, se vorrà, dare delle risposte. Alcune di queste domande forse non potranno avere risposta, ma se faranno riflettere uno scopo l’avranno in ogni caso raggiunto.

8) La Singer e la Legnano sono i simboli di due persone, una donna e un uomo, una madre e un padre: sono due strumenti legati entrambi all’idea di fatica e dedizione. Oggi cosa adotterebbe come strumenti-simbolo per due genitori moderni?

E’ difficile, temo, dare una risposta a questa domanda. I simboli a cui mi riferisco nel romanzo, la macchina da cucire Singer e la Legnano, la bicicletta da corsa di mio padre, per noi non sono stati dei semplici simulacri. Sono stati, fatte le debite proporzioni, anch’essi destinatari di affetto. Pur essendo soltanto degli oggetti inanimati hanno rappresentato per noi, per la nostra famiglia, un riferimento continuo alle lotte quotidiane per raggiungere i nostri traguardi. Oggi, nella famiglia moderna, parlare di riferimenti del genere potrebbe suonare talmente fuori tempo da rischiare di sfociare nel ridicolo. Le dico la mia idea: temo non ci possano essere, al giorno d’oggi, riferimenti del genere, della stessa portata e intensità, nella famiglia moderna. Spero fortemente che rimangano intatti il senso del sacrificio, la gioia della conquista, l’esaltazione del merito personale.

9) Questo libro è nato sulle sue radici: concepisce una scrittura svincolata da queste radici?

Sicuramente concepisco una scrittura svincolata dalle mie radici. Il fatto di scrivere un romanzo che tratti della cultura arbereshe non significa non poter scrivere d’altro. Le mie radici credo mi abbiano donato sensibilità e umiltà, doti che reputo importanti per provare a scrivere storie, non necessariamente legate alla mia cultura. Solo storie, che mi sono passate accanto o che hanno sfiorato altri, ma che comunque hanno lasciato tracce nei sentimenti.

10) Il lavoro ai tempi descritti nel libro rappresentava sì la fatica ma, forse perchè così legato alla terra o al mare dove erano nati, tutti i personaggi vi si dedicano e lo amano come se fosse parte del loro corpo: quando veniva a mancare, forse, la preoccupazione economica si legava alla malinconia di vedere che la propria terra non è più sufficiente per tenere in vita la famiglia, quasi si trattasse del tradimento di un amico. Quando il lavoro non c’era, o quando ci si doveva allontanare dal paese, era come perdere un braccio o una gamba, insomma, una parte di sè. Al giorno d’oggi questo legame terra-lavoro non è più essenziale: lei sente la mancanza di questo connubbio?

Il passare del tempo trasforma sentimenti, uomini e cose. Alcuni valori che credevamo irrinunciabili vengono diluiti dagli anni, altri valori a cui davamo poca importanza prepotentemente si affermano. La realtà che viviamo oggi, per certi versi, mi pare opprimente. Il discorso meriterebbe di essere trattato più ampiamente e da persone molto più esperte di me, tuttavia esprimo, da profano, il mio pensiero: è vero la mancanza di questo connubio forse non è più essenziale ma rappresentava un sentimento molto intenso, un legame che aiutava a vincere difficoltà enormi, una relazione che nutriva la speranza. Ora è proprio la speranza a non essere più presente nelle nuove generazioni, ma non perché dimenticata, è solo soffocata, celata, da tante, troppe difficoltà quotidiane che chiudono il pensiero e favoriscono la resa. Tutto ciò deve essere vinto, e lo si può fare nella sola maniera possibile: arricchendosi culturalmente, leggendo, studiando, scrivendo, relazionandosi col prossimo. Le chiusure mentali possono solo affossare un popolo.

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