SOLSTIZIO D’INVERNO

In questi anni, ho raggiunto una convinzione, mi si è cucita nella carne come un punto a giorno: che la mancanza di dialogo non è silenzio, ma, all’opposto, è un eccesso di parole. Frasi gonfie, cotonate come la testa di una vecchia nonna, intrise d’aria; ma è una convinzione che Tommaso non condivide. E allora ho iniziato a tenere un diario, per non perdere la fugacità di certe emozioni, perché la mia gabbia toracica ormai lascia scappare i prigionieri e ho paura che dietro le costole, novelle sbarre d’osso, non rimanga che l’aria dei polmoni. Se continuo così, avrò bisogno di un motore di ricerca al computer che mi definisca, perché io non sarò più in grado di farlo da sola.
Tommaso non vuol essere maleducato, e non può rifiutarmi parole: troppi libri, troppe trasmissioni televisive, troppi amici, troppi psicoterapeuti ti sfracellano la testa dicendoti che il dialogo è importante. Pagine e pagine di saggi, ore e ore di spiegazioni, per farti capire che senza comunicazione la coppia marcisce. Ma la parole non sono dialogo.
Ecco, il rapporto con Tommaso sta marcendo perché parliamo degli operai disoccupati, dei colleghi pigri, dei vicini ricchi, dei parenti morti; e non parliamo di noi. Quando torna dall’ufficio saluta senza guardarmi: sono una casa da cui è caduto il numero civico e che il postino ignora.
I primi anni di matrimonio, appena tornava, veniva a darmi un bacio e, succhiandomi con gli occhi, mi chiedeva com’era andata la giornata. Ora, durante la cena ascolta il telegiornale, ci stanno mandando in malora, i politici e i soldi, gli industriali e gli operai, gli assassini e le vittime; torna da me solo per informarmi che la pasta è scotta o per chiedermi del formaggio. Dopo cena si va a trovare qualcuno: ci portiamo dietro i cavalletti per allestire il palco del teatro su cui reciteremo, e parliamo del mutuo, dei fiori, del tempo. La sera a letto Tommaso legge. Non leggeva prima di incontrare me: sono stata io a iniettargli questo vizio, e quando entro in camera non vedo il suo viso dietro la copertina, tutta la stanza mi appare come una cornice da cui hanno tolto il quadro.
Forse in un momento di distrazione ho perso il mio corpo, e quello che in questo momento sta pensando è solo una volontà senza voce. Forse viviamo, Tommaso ed io, in due dimensioni diverse, che si sfiorano quando si ricorda che il mio ciclo è finito e che dobbiamo fare l’amore, come da contratto. Forse il tempo in cui io vivo è troppo lento, mentre il tempo in cui vive lui continua a correre alla velocità del resto del mondo, e intanto un’aura di predestinazione ci avvolge, come un nugolo di mosche aspetta che un corpo in agonia si trasformi in cadavere.
Mi pare di essere un disegno a carboncino senza lacca: ogni tratto del mio viso si attenua quando Tommaso mi passa vicino senza vedermi, l’aria che sposta ruba un po’ della mia essenza e la trasporta altrove come polline sterile. Alla fine di me resteranno solo delle sfumature senza forma. Intuisco che dietro questi giorni c’è qualcosa che puzza, come pus che smania di scoppiare, separato dall’aria da un sottile velo di pelle stanca.
Il mio corpo è un involucro che contiene lacrime: a volte tracima, ma Tommaso sbuffa e mi dice di non piangere. Gli dico: “Non parliamo mai!” e lui mi risponde: “Come non parliamo mai? Va bene, ora sono qui, di cosa vuoi parlare?” e mi guarda interrogativo con le braccia conserte. Lo osservo e i momenti in cui lui mi sorrideva diventano dei ricordi su un banco di oggetti smarriti. In realtà lui non sta guardando me, perché sulle sue pupille è impressa a fuoco l’immagine di quella che ero una volta, e questo marchio gli impedisce di vedere la donna che ha davvero davanti. Crede di vivere con una persona ben definita, come un pezzo di stoffa tagliato con la forbice: non immagina che le mie fibre sono state strappate da un solstizio d’inverno che è arrivato senza preavviso, sbucando da una curva a ottanta all’ora. Ho solo sentito il botto, e poi mi sono accorta che la mia mano era vuota, come tutto il resto del mio corpo. Continuo a sentirlo, quel botto.
Nessuno ha capito la crisi isterica che mi ha sconquassato quando mia suocera, vedendo me apatica e la casa in agonia, ha pulito lo specchio, quello grande, dietro l’anta dell’armadio. Nessuno si era accorto di quella piccola impronta sul vetro in basso a destra, con le corte dita aperte, come in segno di saluto. Quella era la mano che tenevo nella mia quando l’inverno è arrivato e me l’ha rubata come un abile borseggiatore senza scrupoli. E pensare che lo rimproveravo ogni volta che decorava con dita unte gli specchi! Quando lo straccio di mia suocera compì lo scempio, irrimediabile come la prima morte, ho iniziato a urlare. Nessuna parola di senso compiuto, perché nulla aveva più senso. Solo urla. Neanche il suo nome pronunciai. Solo urla. Tommaso continuava a dirmi “calmati, devi stare calma!”, ma non mi spiegava perché dovevo smettere, mi sembrava un ordine assurdo e in mancanza di una buona ragione per fermarmi, io continuavo ad urlare. Finché non chiamarono un medico per sedarmi. Da allora ho smesso di urlare con la voce.
Non vivo con un marito, ma con un ricordo. Questo matrimonio è un regno in cui il re è morto e la notizia è stata tenuta segreta: si vive seguendo veline stampate da una macchina che continua a girare, e nessuno si preoccupa della successione. Perché bisogna mantenere l’ordine. Perché non bisogna creare il panico nel regime.
Strano.
Ricordo com’era lui: prima di sposarci era mio marito; ora è solo il mio compagno: dal latino, cum panem, colui col quale divido il pane. E la pasta, e lo spezzatino. Ma non ricordo com’ero io. E allora forza, ricordo-Lazzaro: alzati, cammina! Dei barbigli di vita mi solleticano l’apatia, e forse ho capito: ero intelligente. Perché l’intelligenza dipende dalla curiosità, e non ci può essere curiosità senza fiducia. In me stessa, prima di tutto, che sussulto passando davanti alle vecchie del paese quando le sento dire: “Quella è la moglie di… è la figlia di…era la madre di…”. Ho un nome, e un cognome, ma passano inosservati. La paura di mollare tutto è un sentimento che mi tiene in ostaggio: una sindrome di Stoccolma da cui vorrei guarire.
L’inchiostro con cui ho scritto il passato ormai è secco. Ma posso ancora scegliere l’inchiostro per scrivere il mio futuro. Non chiederò aiuto a Dio. Dio poteva scegliere se farmi nascere col sorriso o con le lacrime. Avevo il cinquanta per cento di possibilità di venire al mondo mostrando le gengive in un sorriso di saluto a chi mi accoglieva. Sono stata sfortunata.
Sono qui, ora, che spreco nuovo inchiostro cercando metafore e similitudini per descrivere il mio umore, come se si potesse descrivere la forma di un fluido; eppure sento il bisogno di trovare una forma ai miei stati d’animo, e mi pare di riuscirci quando la carta imprigiona il liquido blu. È come se i miei sentimenti fossero dei liquidi che si agitano tra le pareti di un corpo dalla forma rigida. Ho un volume, delle dimensioni, occupo il mio spazio, do anche fastidio; sono un solido tra altri solidi. Per diventarlo mi è bastato toccare quel freddo che il solstizio d’inverno mi ha lasciato dentro, e in un attimo ho cambiato stato. Però è una forma che anela al disgelo. È una forma sbagliata.
Quando inizieranno ad allungarsi le giornate?

Serena Gobbo (pubblicato sull’antologia “Amori molesti”, ed. La Riflessione, 2011)

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