RICORDI DI SABBIA

– Come fai a sapere che mi chiamo Mohammed?
– Vi chiamate tutti così! – urlò il donnone biondo nel magma musicale della giostra a catene là accanto, e scoppiò in una risata che si trasmise alle facce di quelli che si erano fermati con lei a guardare gli orologi sulla coperta.
Mohammed si sforzò di sorridere: voleva venderlo, quel Cartier col calendario lunare. Durante la fiera molti passanti avevano lanciato un’occhiata alla merce, nella calca qualcuno aveva anche pestato la coperta col rischio di schiacciare i quadranti di plastica, ma la bionda e il suo gruppo erano gli unici che si erano fermati per chiedere un prezzo. Eppure, quel “tutti” non gli era piaciuto. Tutti chi? Tutti voi del Senegal, tutti voi neri, tutti voi venditori ambulanti? Erano tre cose diverse. Il fatto che lui fosse al tempo stesso senegalese, nero e ambulante, però, lo faceva sentire colpevole davanti a quel giudice biondo e ridanciano che l’aveva colto in fallo.
– Venti euro, non dieci! – ripeté Mohammed.
– Non la prendo una patacca del genere a venti euro: o dieci o niente.
– Allora niente.
La bionda si voltò a guardare gli altri, mimando lo scandalo con un paio d’occhi spalancati fino a farli sembrare quelli di una mucca; ma trovando solo facce divertite che già guardavano altrove, si limitò ad alzare le spalle e a gridare: – Dai che andiamo dai cinesi!
Si allontanarono senza salutarlo.
Mohammed pensò a tutti i sogni che si era portato nella valigia: lo aspettavano in camera, sotto il letto, lo guardavano di sottecchi quando tornava con i dieci euro di una giornata sulla strada. Erano come cuccioli di cane rinchiusi in una scatola, guaivano, volevano uscire e chiedevano coccole; ma Mohammed aveva paura che una volta liberati sarebbero scappati via e lo avrebbero lasciato ancora più solo. Sogni e speranza vanno a braccetto: Mohammed voleva infrangere questa legge e tenersi almeno i sogni.
I suoi genitori, in Senegal, si aspettavano che lui mandasse a casa qualche soldo, come faceva suo cucino Alì: ma Alì era arrivato in Italia due anni prima, lavorava in fabbrica, aveva una macchina, un cellulare e perfino un completo grigio topo con una cravatta gialla per uscire la domenica con la ragazza. Era stato Alì a prestargli i soldi per comprare gli orologi. Mohammed sognava di comprare una casa nuova ai suoi, sognava di guidare un’automobile, di indossare un cappotto di lana e di tornare in Senegal ogni volta che ne aveva voglia, ma doveva prima restituire i soldi ad Alì
Con quel lavoro da ambulante tutti questi sogni non si sarebbero mai mossi da sotto il letto. Così quella sera, dopo la fiera, chiese ad Alì di mettere una buona parola per farlo assumere in fabbrica. Quel cugino doveva essere un pezzo grosso, perché Mohammed incominciò dopo una settimana. Nulla di difficile: lo piazzarono davanti a una montagna di ante in faggio, betulla o rovere, e lui doveva trapanare un puntino nero. Nessun calcolo, niente da leggere, nessuna catena di montaggio col pezzo da assemblare che ti sguscia tra le mani, come gli aveva raccontato Alì del suo primo mestiere in Italia. E per quella sciocchezza, a fine mese – ogni mese – gli davano quasi seicento euro.
Col primo stipendio, saldò il debito col cugino. Col secondo si comprò una macchina: una R5 con la batteria sempre scarica e i sedili macchiati di unto che gli vendette un amico di Alì. Sfoggiava un’opaca carrozzeria rosso mattone che gli era piaciuta alla prima occhiata perché era uguale al rosso della terra africana. Forse non proprio uguale, ma almeno gli permetteva di andare al lavoro da solo, senza aspettare il cugino in piazza ogni mattina.
Al terzo stipendio doveva decidere se tirar fuori dalla valigia il sogno del cellulare, o quello del cappotto, o quello del volo fino a Dakar, però il lavoro cominciava a stancarlo. Alla sera il braccio gli faceva male. Provò ad alternare destro e sinistro, col risultato che alla sera gli facevano male entrambi. Nessuno parlava con lui. Alì era al reparto levigatrici e una volta attraversato il portone della fabbrica, non si vedevano più. Qualcuno gli faceva battute quando lo sorprendeva fermo a massaggiarsi il braccio indolenzito, e allora lui sorrideva e ricominciava, ricominciava e sorrideva, perché non avrebbero capito che in Senegal non ha senso insistere con un movimento se ti procura dolore, né tirare dritto per otto ore senza scambiare una parola con nessuno. Al villaggio, se qualcuno ti passa vicino, qualunque cosa stia facendo, si ferma e ti chiede come stai, come sta tua madre, e se a tuo figlio è passata la dissenteria. E tu, qualunque cosa stia facendo, ti fermi, e gli dici come stai, come sta tua madre, e gli dici che a tuo figlio la dissenteria è passata, per grazia di Allah.
Erano pensieri che gli facevano più male del braccio.
Poi arrivò lei. Era bianca, ma di carnagione olivastra, coi capelli castani, lunghi e crespi come la barba delle pannocchie di Mais. Il primo giorno lo salutò sorridendo. Il secondo giorno, mentre aspettavano seduti sulle pile di ante che suonasse la sirena delle otto, gli rivolse la parola. Gli chiese come si chiamava, da dove veniva, da quanto tempo era in Italia, se in Senegal aveva la televisione. Si ritrovarono alla sera, dopo la sirena delle cinque, e andarono a bere qualcosa al bar degli operai. Continuarono così per una settimana, finché un giorno Mohammed le chiese di uscire. Era felice di essere nero perchè non arrossì, ma era senza fiato dall’emozione, come se avesse corso per prendere un autobus che non sarebbe più tornato. Si chiedeva se sarebbe riuscito a dire “non importa” di fronte al suo rifiuto. Lei, invece, accettò.

– Che cosa hai mangiato a cena? – gli chiese quel sabato sera dopo averlo baciato. Lui era ancora tutto sottosopra dal sapore di quella bocca sottile, dall’aria nella R5 coi vetri appannati, dall’aver limonato con una bellissima ragazza bianca, da quella mano che le teneva sul seno, da lei che lo lasciava fare, dalla solitudine che non c’era più.
– Bistecca! – le disse fiero.
– Con l’aglio?
– Con aglio, sale, paprika… – e intanto le leccava il collo e si sbottonava i pantaloni.
– L’aglio l’avevo sentito!
– Basta aglio, allora! – e si perse nella morbidezza di quel seno.
Non lo dissero a nessuno, al lavoro. Si salutavano e parlavano del più e del meno, di quante cataste di ante li aspettavano, di uno che si era pestato un dito col martello, di un’altra che era andata in maternità, e intanto lui aspettava, giorno dopo giorno, il sabato sera. Le settimane volavano veloci come l’aereo che l’aveva portato via dal Senegal, e atterravano in quelle ore nella R5 sempre più piccola e calda.
Le diceva che andava pazzo per il suo sedere, che lei odiava perché troppo grosso. Parlavano di quello che avevano mangiato a cena: lui con le sue bistecche che a casa dei suoi dovevano essere argomento di quotidiana discussione con zia Mame; lei con le sue insalate e i suoi yogurt, che erano argomento di quotidiana discussione con la madre. Le aveva detto di aver studiato arabo, e vedendo come si era illuminata di interesse, aveva scritto il suo nome nella lingua coranica: non se la ricordava bene, forse il ricciolo era girato dall’altra parte, forse le vocali brevi non dovevano comparire, ma finse una scioltezza che a scuola non aveva mai recitato. Mohammed era fiero di essere nero quando lei lo tastava tra le gambe.
– I bianchi con cui sono stata, non erano come te!
– E’ il sangue, il sangue africano.
– Ma fammi il piacere! È solo una questione di proporzioni e altezza.
La perdonava. Le perdonava tutto, anche quando non voleva baciarlo perché sapeva dell’aglio che le mentine non riuscivano a coprire.
Una sera uscirono con un’altra coppia. Andarono a giocare a bowling. Per Mohammed era la prima volta. Aveva visto quel gioco in televisione, ma non avrebbe mai pensato che la boccia potesse essere così complicata da tenere in mano: due dita restavano inutilizzate e deviavano la traiettoria. Oppure la pista era convessa, fatto sta che la boccia finiva sempre nei canali laterali. Mentre si concentrava nel tiro, sentiva la sua ragazza incitarlo alle spalle. Gli altri due no, loro stavano zitti. Era rumoroso quel silenzio, lo distraeva e complottava con quelle due dita disoccupate per farlo sbagliare. Cercò di non ascoltarlo, e appena toccò di nuovo a lui, si alzò di scatto, prese la boccia e lanciò con tutta la forza che gli permetteva il muscolo indolenzito; indice e mignolo tirarono con lui e la palla partì veloce come l’aereo che l’aveva portato in Italia, e si sfracellò contro la barra che raccoglieva i birilli del tiro precedente. Un fracasso di lamiere abbattute fece voltare tutte le teste nel locale. La barra si bloccò, costringendoli a cambiare pista, e sulla nuova pista la boccia di Mohammed continuò a finire nei canali laterali.
Andarono a mangiare un gelato in un locale con luci soffuse e listini di pelle nera come la sua. Mohammed stava zitto. L’altro ragazzo parlava di un certo Nice, uno scrittore che voleva diventare potente. Le ragazze annuivano e dicevano la loro.
– Hai mai letto niente di Nietzsche? – chiese l’altro.
– No. – rispose Mohammed, e fu tutto.
Le due coppie si salutarono nel parcheggio. Era buio, perché le loro auto erano sotto un lampione rotto, e di Mohammed si distingueva solo il bianco degli occhi, e lui era contento di essere nero, perché così era meno visibile. Quella sera nella R5 non si parlò, né si fece altro. La sua ragazza guardava dritto davanti a sé mentre lui guidava, fino a quando arrivarono davanti alla fabbrica, dove lei parcheggiava di solito la sua auto.
A partire dal giorno dopo, lei si negò al telefono. Al lavoro cominciò a salutarlo come facevano gli altri, senza quasi guardarlo, come se salutasse una catasta di ante da trapanare.
Mohammed ebbe paura, davvero paura. E si chiese cosa avesse sbagliato: il tiro al bowling non poteva essere il motivo di quel mutismo. O forse sì? Oppure lei se l’era presa con lui perché in gelateria aveva lasciato che l’altro pagasse il conto per tutti e quattro. Oppure perché non aveva partecipato alla conversazione? Ma come avrebbe potuto spiegarle, in italiano, che dopo tutto il tempo passato ad ascoltare discorsi su libri e scrittori, era intontito, che tante frasi non le capiva, che faticava a trovare le parole per argomentare contro quel fiume di oratoria incarnato, che quei due gli mettevano soggezione? Passò una settimana senza che riuscisse a parlarle perché lei arrivava e usciva sempre attorniata da colleghe ed evitava di guardare dalla sua parte, dove lui spasimava per un cenno.
Un giorno, lei non si presentò in fabbrica. Mohammed chiese timidamente notizie a una delle donne, e quella gli rispose: – I contratti scadono! Che, non lo sai?
Si accorse di non poterla rintracciare. Lei non rispondeva alle telefonate. Mohammed sapeva che abitava in città, ma non conosceva la via. Si ritrovò a girovagare in macchina per le strade, osservando i panni stesi ad asciugare, nella speranza di riconoscere qualche maglia, scrutando le macchine – aveva imparato quella targa a memoria – frugando con gli occhi sull’asfalto per cercare le sue tracce, quasi quelle scarpe da ginnastica dovessero lasciare un’impronta a fuoco. Niente.
Una sola volta riuscì a parlarle al telefono: aveva smanettato sul cellulare finché non riuscì a nascondere il proprio numero, e lei rispose, curiosa.
– Sono io! – disse Mohammed.
– Senti, non chiamarmi più, è finita. Siamo troppo diversi, non abbiamo nessun argomento in comune, OK? – e interruppe la conversazione.
Rimase a fissare il cellulare, muto.
Le settimane trascorsero in una nebbia mentale che non gli permetteva di pensare a nulla. Sentiva il peso del corpo sulle gambe, il dolore del braccio che trapanava le ante, e i rumori della fabbrica che lo circondava e lo ignorava come una foresta circonda e ignora i propri animali, ma sebbene queste fossero le stesse identiche sensazioni che lo pervadevano prima di conoscerla, ora lo schiacciavano così tanto che quasi faticava a respirare.
Cambiò lavoro, andò a fare lo sguattero in un ristorante: – Mi pagano di più -, disse al padrone quando diede le dimissioni, senza confessare la nausea che lo assaliva ogni volta che posava il piede sul pavimento dove lei era esistita.
Un mercoledì, il giorno in cui chiamava a casa, parlò con la madre. Non le aveva raccontato niente della sua avventura. La donna aveva ancora il fiatone dalla camminata che aveva fatto dal villaggio per raggiungere l’appartamento della sorella in città, dove avrebbe trovato il telefono che squillava all’ora stabilita. Gli chiese, come al solito: – Quanta carne hai mangiato questa settimana? Hai la pancia piena, piccolo mio?
E Mohammed rivide sua madre: le gambe gonfie, la pelle rovinata dai vestiti che lavava così poco, la risata che la faceva sussultare quando uno dei figli le faceva il solletico; rivide la terra rossa del suo paese, di un rosso completamente diverso dalla sua R5, rivide la stanza dove i suoi dormivano con i suoi fratelli, e la tenda smossa dal vento che li separava dall’esterno solo quando vento non ce n’era. E si accorse di non essere insieme alla sua famiglia. E gli si alzò nello stomaco una vampata di nostalgia potentissima, rapida e massiccia come un aereo che decolla dalla terra africana.
Quando finì di parlare con la madre, spense il cellulare. Gli si accese nel cervello una debole immagine di se stesso che compiva quel gesto dopo aver parlato con quella ragazza, e si accorse che in poche settimane il ricordo si era svampito come una goccia di vino in una bottiglia d’acqua. Aveva già le rughe, quel ricordo.
E la sabbia rossa del suo paese era liscia e vellutata come la pelle di un neonato.

Serena Gobbo (pubblicato su “Lontano dal cuore”, ed. Terre di Mezzo)

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