IL SAPONE

Piero non sapeva che la sua famiglia era povera: vivevano tutti così, in quell’angolo di Veneto dove anche l’occhio del Duce arrivava miope. Piero abitava in una baracca di legno vicino alla stalla, insieme ai genitori, al nonno Giovanni e alla nonna Maria, ai fratelli Antonio, Ulisse, Giovanni, Pina, Giuseppe, Eugenio, Marietta, Bruno, Luigi e Osvaldo, e allo zio Augusto, che era scorbutico come un cinghiale e che nessuna contadina si era sognata di prenderselo. Non tutta la famiglia però dormiva nella capanna, non c’era abbastanza posto. Piero e cinque dei suoi fratelli più grandi andavano a dormire dai vicini, i Battiston, che in cambio chiedevano solo un aiuto a sgranare le pannocchie quando arrivava la stagione e che avevano messo a loro disposizione il piano terra della loro baracca; loro, i proprietari, vivevano al primo piano.
Piero iniziò a dormirci sette anni. Era inverno e le notti erano limpide e nere come la pece sulle traversine della ferrovia. Piero e suo fratello Giuseppe, di tre anni più grande, dormivano dentro una vecchia madia di abete, sotto una coperte tra il verde militare e il grigio ratto che pizzicava fin nelle ossa, regalo dello zio Augusto che aveva fatto la guerra.
“Sono i pidocchi che ti pungono, non la coperta” gli diceva sua madre ogni volta che Pino se ne lamentava. Ma non erano i pidocchi, Piero lo sapeva: se fossero stati loro, avrebbe continuato a grattarsi per tutto il giorno. Invece, sua madre gli ordinava ogni volta: “Sciò, vai a lavarti!”
Lavarsi! Significava uscire, qualunque tempo facesse, a piedi scalzi, con la camiciola tutta buchi addosso, che, anche se buchi non ne avesse avuti, essendo troppo larga – era appartenuta, prima, al Giuseppe, e, prima ancora, ai quattro fratelli maggiori, che se l’erano trasmessa l’un l’altro come un’eredità tra vivi – faceva passare l’aria gelida e le permetteva di fare, con quel corpicino tutt’ossi, quel che voleva.
Così Piero imparò a non lamentarsi di quel pezzo di lana urticante.
In una di quelle prime notti dai Battiston, Piero fu svegliato da alcune gocce che gli cadevano sul viso. Nel dormiveglia pensò: “Piove!” e, abituato alle fessure tra le assi della loro baracca, e troppo assonnato per reagire altrimenti, si portò la coperta sopra la testa, si rannicchiò ancora di più al fratello, e continuò a dormire. La mattina dopo, a tavola con la famiglia, davanti a una ciotola sbreccata di latte schiumoso e con due pezzi di polenta in bocca, farfugliò: “Si è già asciugato per terra, allora non ha piovuto tanto stanotte…”
Con la coda dell’occhio vide Giuseppe rizzare la testa come una gallina. Suo padre si fermò con la ciotola a metà strada tra il tavolo e la bocca sdentata. Gli altri fratelli più grandi sghignazzavano guardandosi di nascosto. La madre, che di spalle stava rimestando la polenta del secondo calderone, ebbe un fremito. Si voltò sillabando lenta: “Cosa hai detto?”
Piero si guardò intorno: tutti lo fissavano.
“Le volpi!” intervenne rapido Giuseppe, “Stanotte sono passate le volpi! Hanno fatto rumore tra i cespugli e Piero, che è ancora piccolo e non capisce niente, ha pensato che fosse pioggia!”
“Ma no, che rumore d’Egitto!” disse Piero, che non si sentiva così piccolo, “Ho sentito le gocce in faccia; devi esserti bagnato pure tu, per forza, ma dormivi e non te ne sei neanche accorto!”
Giuseppe chiuse gli occhi in un riflesso di rassegnazione, come quello che aveva avuto il padre quella volta che la tromba d’aria si era portato via un tacchino. L’aria attorno alla tavola si ghiacciò, a Piero sembrò quasi di sentire degli scricchiolii, come quelli sul canale quando ci pattinava sopra. Poi la madre lanciò un’occhiata al marito, che abbassò gli occhi come un cane sgridato dal padrone. L’atmosfera fremette, quasi presaga della frase che stava per essere pronunciata. E la frase arrivò, armata di falce come la morte: “Andate a lavarvi!”
Piero non capì.
“Lavarci?” col freddo che c’era fuori, di sicuro l’acqua del canale era ghiacciata: bisognava spezzare quella lastra biancastra con un sasso e poi immergere le mani nell’acqua che ti rubava le dita davanti agli occhi, come un borsaiolo. Forse la madre intendeva “Andatevi a lavare in stalla!”, nel tepore delle vacche e dei maiali e dello sterco; ma non c’erano pentoloni d’acqua sulla stufa, e il bagno in stalla era concesso solo per la messa di Natale, Pasqua o per i funerali, e nessuno era moribondo in quei giorni: i nonni erano attivi e brontoloni come sempre, e Marietta, l’ultima nata, poppava con la vitalità dei maialini della scrofa Rosa. E poi, lavarsi: perché?
“Lavarci”? ripeté Piero, “Al canale? Perché? Ho già preso l’acqua stanotte!”
“Quella non era acqua” urlò ridendo Antonio, “il Nino Battiston ha rovesciato il pitale sul pavimento e quella che tu credevi pioggia è passata tra le assi, ah ah”
Giuseppe, con le spalle fin sulle orecchie, lo fissava con odio.
“Dai, fate subito un salto al canale, che poi dovete correre a scuola” incitò la madre.

“Puzzi di piscio!” gli disse Luigi, il suo compagno di banco appena gli fu accanto. Piero e Giuseppe avevano promesso alla madre che sarebbero andati al canale prima di andare in classe, ma mentre Giuseppe era stato di parola, lui era corso di filato a scuola.
“E allora? Tu puzzi di stalla!” rispose Piero, cercando di mettere nella voce quanta più dignità possibile, ma sapeva che la sua accusa contava poco: tutti sapevano di vacca, e di maiali, e di galline, ma solo lì, ora cominciava a percepirlo, emanava un forte odore di piscio umano.
“Piero se l’è fatta addosso!” gridò una voce dietro di lui. E poi un’altra ripeté “Piero se l’è fatta addosso!”, e poi un’altra, e un’altra ancora, finché tutta la classe declamava quella frase quasi come fosse una poesia da mandare a memoria o uno slogan urlato a una adunata politica. Piero divenne paonazzo, il sangue nelle arterie gli si infuocò e iniziò a bruciargli i peletti delle braccia: un istinto omicida, un senso di giustizia e una sete di vendetta gli si incarnarono in corpo: stavolta, sarebbe corso del sangue. Restava solo da scegliere chi, tra quei traditori, sarebbe stata la prima vittima.
“Silenzio!” ordinò la voce del maestro alle loro spalle. Il vociare si zittì di colpo, come si acquietano i rumori di un bosco dopo uno sparo. L’uomo avanzò accigliato tra i banchi, col suo solito passo rimbombante, con la solita giacca in fustagno marrone e la solita bacchetta nella mano destra. Quello che però portava attaccato alla mano sinistra era una vera e propria Novità, merce rara, dalle loro parti. Un bambino. Con i calzoncini né troppo corti né troppo lunghi, in stoffa grigia pesante, col maglioncino in lana senza buchi e con le scarpe che, incredibile a dirsi, erano nuove, senza toppe, né risolature, eppure s, nonostante tutto ciò, quello era proprio un bambino, coi capelli scuri a spazzola sopra un paio di occhi bassi. Un nuovo compagno di classe.
Il maestro lo fece sedere sul banco davanti a Piero che così ebbe modo di osservare bene quei vestiti: non c’era dubbio, erano nuovi! Dalla testa ai piedi. Inaudito.
C’era un altro elemento di novità in quell’essere muto: l’odore. Non sapeva di vacca, né di maiale né di galline. Quello che emanava era profumo. Ma non la piccante acqua di Colonia che gli faceva gelosamente annusare il giorno del compleanno suo zio Augusto, bensì un profumo più dolce, un misto tra l’odore di rosa e salvia, che ti entrava nelle narici e ti svegliava come la campanella della scuola. Piero gli si avvicinò durante l’intervallo. Si era seduto da solo sui gradini e si teneva abbracciate le ginocchia.
“Come ti chiami?”
“Giorgio.” Rispose mentre tutti gli altri compagni li fissavano da lontano, tra una corsa, un urlo e uno spintone.
“Che profumo hai addosso?”
“Non ho profumo addosso, io.”
“Sì che hai un profumo. Fammi sentire più da vicino!” Piero gli puntò il naso sulla giacchetta. Non veniva da là. Giorgio lo allontanò debolmente con una mano.
“Dove te lo sei messo?”
“Ti ho detto che non ho messo profumo!”
Piero non lo badò. Il suo naso fremeva a quell’odore estraneo e piacevole che gli sollecitava il cervello e, come una calamita attratta dal ferro, piombò sulla testa di Giorgio che si schermì. Tombola: erano i suoi capelli.
“Ho trovato: tua madre ti mette il profumo nell’acqua con la cenere!” disse Piero trionfante, e già premeditava di rubare qualche goccia dell’acqua di Colonia dello zio da mescolare alla liscivia. Magari avrebbe potuto sostituirla con l’aceto dell’ultimo risciacquo, e così evitare quell’odore di vino andato a male che lo inseguiva poi per una giornata. E chissà, magari il profumo dava pure fastidio ai pidocchi, così non sarebbe neanche stato necessario spalmarsi i capelli di petrolio. Come non averci pensato prima?
L’altro lo guardò inclinando la testa: “Cenere?”
“La liscivia…” Piero era titubante, “Ho capito: usi un particolare tipo di brillantina?”
“Non uso né profumo né brillantina. I capelli me li lavo solo con acqua e sapone! Tu piuttosto: con che ti sei lavato, sai di piscio!”
Piero, che non si era ancora dimenticato della rabbia ammorbante che l’aveva afferrato poco prima, non si accorse neppure di quella domanda a metà tra l’offesa e la curiosità, tanto era preso da quella nuova parola: sapone. Fu così che Giorgio gli spiegò, un po’ incredulo sulla necessità di quel chiarimento, che cosa era una saponetta. E gli disse anche di come lui si lavasse nella sua camera – sì, aveva proprio detto “camera mia”, come se non la dividesse con nessuno – con l’acqua che una serva gli faceva trovar pronta ogni mattina dentro una bacinella. E gli rivelò che gli abiti che aveva indosso non li aveva portati nessuno prima di lui, che erano stati comprati solo per lui.
A Piero si aprì un mondo mai annusato prima, se non in qualche favola di re e fate. Si immaginava castelli con tende di velluto rosso alle finestre, maniglie d’oro alle porte e cavalli bardati con stoffe preziose. A trascinarlo via da questo mondo profumato, fu un suo compagno che, forse annoiato dal solito rimpiattino, gli si era presentato davanti e aveva urlato “Piero se l’è fatta addosso!”, fissandolo in volto, ma voltando la testa verso gli altri, quasi a incitarli a un nuovo gioco. Funzionò: nel giro di pochi secondi, altri cinque o sei bambini lasciarono a metà quello che stavano facendo – chi saltava la corda, chi inseguiva un ladro, chi lanciava sassi agli uccelli – e si unirono al primo all’urlo di “Piero se l’è fatta addosso!”. Formarono una corale disciplinata come in chiesa. Erano troppi per azzuffarsi con tutti e farli tacere, così Piero giocò d’astuzia: “Meglio di piscio che di profumo! Avete sentito che Giorgio si è profumato i capelli come una signorinella?”
I compagni tacquero e si concentrarono sul nuovo arrivato.
“Non è profumo, ti ho detto!” disse Giorgio.
Piero lo ignorò: “Mi sembra la principessa col pisello!”
Questo piacque.
“Principessa col pisello!” iniziarono tutti a urlare. Giorgio non reagiva e guardava ora per terra, ora Piero, che si defilava un po’ alla volta dal coro eccitato, soddisfatto della sua trovata ma disturbato da un senso di colpa a cui non sapeva dare un nome.
La presa in giro continuò anche nei giorni successivi. Piero se ne stava in disparte, inventandosi dei passatempi solitari, che lo esimessero dal partecipare a quel linciaggio, ma in cuor suo partecipe della pena di Giorgio, che non gli aveva più rivolto la parola da quella prima volta. Dispiaceva, a Piero, la perdita di quel mondo che lui si immaginava da favola. Avrebbe voluto saperne di più. E chi meglio della sorella Pina, la più grande, quella che aiutava la madre nella preparazione dei pasti e nell’accudimento dei fratelli più piccoli, quella che una volta era addirittura uscita a ballare con le amiche? Una volta era perfino uscita a ballare col Gervaso, che possedeva un sidecar. Il fatto che la Pina, con le sue cosce grosse, quelle vene rosse sugli zigomi e la peluria sotto il naso fosse salita su una moto l’aveva fatta lievitare, ai suoi occhi, al rango di persone degna di rispetto.
“Anche tu, bravo a prendertela con lui… Povero bambino, neanche fosse colpa sua se la madre lo ha fatto col mondo!” gli disse la Pina quando Piero le spiegò la storia.
“Col mondo? Cosa significa?”
Pina si guardò intorno, dandogli a intendere che quello che stava per dirgli doveva restare tra di loro. Ce n’erano spesso di questi segreti tra la Pina e i fratelli più piccoli: le piaceva fare la parte di quella che sapeva una pagina più del libro, le sembrava di meritare più rispetto di quello che le sarebbe stato dovuto per i suoi diciotto anni.
“Il Giorgetto viene da una famiglia di signori, ma il padre, che è quello che tiene i soldi, ha rispedito a casa la moglie, cioè la madre di Giorgio, quando ha saputo che il bambino non è figlio suo. E ha mandato il piccolino qua dagli zii di campagna, che gli dava fastidio tenerselo sotto gli occhi.”
A Piero mancava qualche nesso: se la madre e il padre di Giorgio erano marito e moglie, come poteva Giorgio non essere figlio di suo padre? Decise di non chiedere, per non fare la figura dell’ingenuo.
“Ma se Giorgio viene da una famiglia di signori, allora viveva in un castello con i servi e i cavalli?” chiese Piero.
“Questo non lo so. Di sicuro prima era abituato con tutti i lussi, e ora deve abituarsi a vivere come noi poveretti.”
Restava un unico trofeo, di quell’altro mondo, di quella favola senza lieto fine: il sapone. E Piero ne voleva un pezzo.
Don Basilio aveva detto una volta che non si ottiene nulla senza sacrificio. Questo prete lungo e secco come il gambo di una pannocchia in un anno si siccità faceva dottrina in canonica ogni domenica. Piero, prima di andarci, doveva correre a casa dopo la messa a riconsegnare gli zoccoli di legno che un altro dei suoi fratelli avrebbe indossato nel giorno del Signore, così a catechismo ci arrivava sempre in ritardo. Don Basilio lo riceveva con un rimprovero di circostanza e poi iniziava la lezione. Erano spiegazioni torve e monotone come le sue omelie. Spesso, pur comprendendo le singole parole, Piero non ne afferrava il senso completo, come quella volta che Don Basilio aveva raccomandato loro in tono piatto: “Mi raccomando, non toccatevi, solo così resterete puri come il Bambin Gesù”; per una settimana Piero e i suoi compagni avevano evitato di toccarsi l’un l’altro, terrorizzati di trasmettersi chissà quale impudicizia. Poi però si erano accorti che pur non toccandosi, luridi lo erano lo stesso, ed erano tornati a spintonarsi e azzuffarsi più di prima, per recuperare il tempo perduto. Una volta, sotto Pasqua, parlando della crocifissione di Gesù, un suo compagno chiese perché il figlio di Dio si era dovuto far uccidere per salvare gli uomini. “Perché senza sacrificio non si ottiene nulla” aveva risposto Don Basilio, così sicuro di aver esaurito l’argomento che nessuno pose altre domande.
Ora Piero voleva un pezzo di sapone. Certo, non poteva valere quanto la salvezza degli uomini, dunque non sarebbe stato necessario farsi lapidare o cose del genere, però Piero non voleva correre il rischio che il suo sacrificio fosse ritenuto insufficiente dalle alte sfere celesti e che dunque il suo desiderio restasse inascoltato. Decise che se avesse sofferto qualche dolore fisico per aiutare Giorgio, espiazione e sacrificio si sarebbero fusi tra loro e alla fine Gesù gli avrebbe concesso il suo tozzo di sapone.
Un giorno, durante la ricreazione, Piero si avvicinò al gruppo che canzonava Giorgio: quel gioco ricominciava ogni volta che il maestro si allontanava, forte del fatto che la vittima non reagiva. A dare il là alla cantilena era sempre un compagno diverso: il primo che si ricordava si avvicinava a Giorgio, declamava ad alta voce “la principessa col pisello!” e subito si creava un coro di voci bianche che ripeteva cadenzato il ritornello.
Quel giorno era il Sorcio che aveva iniziato la cantilena. Il soprannome gli derivava dalle orecchie a sventola che si staccavano dalla testa e salivano verso l’alto come quelle di un topo. Piero si ritenne fortunato che fosse stato il Sorcio a iniziare il coro: oltre alle orecchie, anche il corpo si avvicinava, minuto com’era, alla struttura di un topino, e Piero gli saltò addosso senza preavviso. Lo attaccò con una sberla sul viso. Le voci degli altri, che stavano per accodarsi alla strofa, si interruppero di botto e furono sostituite subito da un coro di urla e incitamenti intrecciati tra loro come i fili del bozzolo dei cavalieri. Il Sorcio, dapprima sorpreso dall’azione, non stette lì a pensarci e ingrugnito come solo un sorcio arrabbiato sa essere, fece partire un calcio che colpì Piero sullo stinco. Da lì a fare di quei due un unico ammasso di pugnetti e digrignamento di denti, ci volle poco.
Zuffe del genere iniziavano spesso senza ragioni apparenti. Magari tutto risaliva a un’offesa di qualche ora prima, già dimenticava da chi l’aveva pronunciata, oppure a vecchi rancori familiari, i cui motivi si perdevano tra i rami degli alberi genealogici, e di cui i bambini coglievano solo l’astio che ancora aleggiava tra le famiglie. Le lotte non finivano quasi mai con ferite gravi: per essere dichiarato vincitore bastava che, nel momento in cui la zuffa finiva, uno dei due si trovasse in posizione di vantaggio sull’altro, non contava se fino a quel momento aveva avuto la peggio. In questo caso Piero, nonostante il fattore sorpresa e l’età – era di due anni più grande – era stato travolto dalla furia da topo idrofobo dell’altro: ne uscì vincitore solo perché quando entrò il maestro, si era attaccato con entrambe le mani alle orecchie del Sorcio prendendole da dietro e, con uno strattone deciso, l’aveva fatto cadere sul didietro. La bravata costò ad entrambi dieci staffilate sui palmi delle mani. Piero dentro di sé giubilò: temeva che le botte prese dal Sorcio fossero poche come sacrificio da offrire a Gesù e accolse i segni rossi sulle mani con un sorriso storpio.
“Sei stato fortunato che la pipì non fosse accompagnata!” Piero si girò. Stava tornando a casa dopo la scuola, seguendo il sentiero che costeggiava il canale e teneva la cartella sotto l’ascella perché le mani dovevano restare spalancate per far prendere fresco alle ferite. Giorgio lo aveva seguito in silenzio e lo aveva raggiunto alla prima curva della stradicciola, quando i cespugli e gli alberi del canale, per quanto spogli e intirizziti, li nascondevano alla vista dei compagni.
“Cosa?” chiese Piero, non abituato a quel linguaggio forbito.
“Se la pipì che ti è caduta addosso fosse stata accompagnata, sarebbe stato peggio”, disse Giorgio guardando un po’ lui, un po’ l’acqua semighiacciata del canale.
“Accompagnata?” chiese Piero incuriosito. Poi capì.
“Ah! Vuoi dire se il Battiston avesse avuto la diarrea?”
Giorgio abbassò lo sguardo e si fissò le scarpe: il fango misto a neve ne aveva intaccato il cuoio scuro e un laccio era diverso dall’altro. Riallacciando il discorso al loro primo argomento, sorvolava sulle colpe di Piero come se nulla fosse mai successo, come se quei giorni di burla gratuita non fossero stati niente altro che uno scherzo di carnevale, e non il risultato puro e semplice di una frase di Piero. Era il miracolo.
“Ma tu dici mai Merda?” gli chiese, già dimentico delle raccomandazioni di Don Basilio circa le brutte parole.
Giorgio alzò la testa di scatto come avesse sentito cadere, nel silenzio assoluto di una cattedrale, un candelabro in ferro.
“Devi imparare queste cose, visto che ora abiti qui”, gli disse Piero.
Dopo una settimana, Giorgio era stato edotto su un vocabolario di parolacce essenziale che gli sarebbe stato utilissimo nelle relazioni sociali con gli altri compagni. Poi Piero ritenne necessario insegnargli le regole rudimentali delle zuffe. Come attaccar briga, quando fare uno sgambetto durante la lezione, chi insultare durante la ricreazione, quali compagni andavano picchiati e dove trovare i lombrichi più grassi da mettere sul banco alle ragazzine.
Nel giro di pochi giorni Piero e Giorgio divennero inseparabili. Piero si era assunto il ruolo di maestro e per rendersi credibile aveva fissato un luogo dove lui ed il suo allievo potevano incontrarsi ogni pomeriggio per la lezione. La scelta era caduta, inevitabile come cade un pero maturo, sulla stalla vicina alla baracca di Piero, che, calda in inverno, offriva quattro pareti che avrebbero nascosto i suoi preziosi insegnamenti al resto del mondo. Gli unici a disturbare quella intimità parascolastica erano le vacche, i maiali e le galline. Per la verità, a queste bestie ogni tanto si aggiungeva anche la Marietta, che la madre lasciava nel trogolo quando andava a vendere le uova, ma era talmente imbottita di latte – la madre aveva le tette più grosse del paese, da quando aveva partorito – che piangeva solo quando una gallina le saltava addosso alla ricerca di un giaciglio per la cova. Per il resto del tempo dormiva, avvolta stretta nelle fasce come un cotechino nel budello.
Arrivò la primavera e, con essa, le uova dei bachi da seta. Piero, pur di conservare quel posto per le lezioni, si incaricò della loro cura pomeridiana.
“Guarda che sono importanti” gli aveva raccomandato il nonno, che di solito se ne occupava insieme alla nonna. Aveva alzato il suo indice ossuto e pieno di gnocchi a un centimetro dal volto di Piero e aveva aggiunto: “Guai se tu e il tuo amico li rovesciate o lasciate entrare troppa aria o se le galline li mangiano! State attenti anche alle formiche: chiamatemi se ne vedete, che dobbiamo far benedire dal prete!”. Era stato difficile convincere i suoi e i nonni che lui e Giorgio erano abbastanza grandi per quel compito: Piero aveva promesso su Gesù Bambino che sarebbe stato attento. Dovettero rinunciare, per cautela, alle loro lezioni pratiche di zuffa, ma Piero mise tutto in conto come sacrificio per poter disporre di quella classe.
Giorgio prese la storia delle uova davvero sul serio e si innamorò di quei futuri bachi come una madre del proprio neonato. Ogni pomeriggio correva in stalla e si piazzava davanti al setaccio da farina in cui erano state sistemate le uova. Il setaccio era appoggiato sopra le gambe di una sedia rovesciata a cui era stato tolto il sedere e che era fissata sopra un braciere.
“Bisogna controllare le braci!” esclamava Giorgio a tratti, interrompendo la spiegazione di Piero sulla costruzione di una fionda; oppure: “Bisogna muovere le uova!” e, lasciato il maestro a disegnare per terra la piantina del paese, correva entusiasta al setaccio, rimuoveva pian piano il panno, quasi timoroso di svegliare qualcuno, e passava la punta di una bacchettina tra le uova addormentate. Piero ne riceveva ogni volta una pungolata di gelosia, ma non reagiva; osservava il suo allievo, la timidezza con cui sollevava il panno, la sua bocca aperta di meraviglia, per passare poi agli strappi e alle macchie del suo vestiario, dove si potevano leggere le loro avventure meglio che su un abbecedario: quel buco sopra la spalla destra se l’era procurato quella volta che cercavano rane tra gli arbusti lungo il canale; lo strappo dell’asola sotto il colletto gliel’aveva fatto lui quando li aveva mostrato come si afferra un avversario; e la toppa sopra il ginocchio sinistro si era resa necessaria dopo un ruzzolone nell’aia, felice epilogo di una corsa a fascista e comunista. A queste pagine scritte sugli indumenti si aggiungevano quelle vergate sul corpo: i graffi sul viso, le lunette nere delle unghie, i calli sotto i piedi, nudi delle scarpe ormai senza suole. Piero aveva preso quel ragazzino di città, timoroso come un passero e ignorante degli usi locali, e ne aveva fatto, in quei doposcuola, una sua creatura, con tanto di inestinguibile odore di stalla che ne impregnava ogni movimento. Per questo lo lasciava interrompere la lezione per andare a curare le uova, benevolo e paziente come solo un superiore può permettersi di fare.
Un giorno Giorgio non arrivò, come faceva di solito, in orario. Piero entrò nella stalla ad aspettarlo al caldo e vi trovò la sorpresa: nella mattinata il nonno aveva trasferito i bachi, nati durante la notte, sulle foglie di gelso.
“Dài, muoviti, vieni a vedere i cavalieri! Sembrano castagnette pelose!” urlò a Giorgio quando lo vide entrare con la coda dell’occhio. Si aspettava di vederselo comparire subito al suo fianco con gli occhi sbarrati dalla sorpresa, basito come davanti a Gesù Bambino a Natale. Invece rimase da solo a contemplare gli animaletti, finché non si voltò.
“Che fai là impalato? Chiudi il portone, che il sole gli fa male”, aggiunse didattico, prima di rendersi conto che qualcosa non andava.
Giorgio era rimasto in piedi sulla soglia, con le braccia morte lungo il corpo come cordoni slacciati.
“Che c’è?” gli chiese Piero.
Giorgio esitò, poi, alzando gli occhi da terra, gli disse: “Devo tornare da mio padre…”
“Tuo padre? Ma mia sorella mi ha detto che tua madre ti ha fatto col mondo, da quale padre devi andare?”
“Quello che ha sposato mia madre. Parto domani. Sono venuto a salutare te e i bachi.”
Rimasero a guardarsi.
Il mio allievo, pensò Piero, il mio unico allievo! E il mio doposcuola! E il mio amico! Ma non lo disse.
“E le lezioni? Dovevo ancora spiegarti come nascondere la verga al maestro senza che lui se ne accorgesse, e non sai ancora farti venir bene su il catarro per sputare più lontano…”
“Non mi serviranno più queste lezioni, non credo che ritornerò qui dagli zii” disse Giorgio. La sua voce era ruvida come la pelle delle mani della nonna.
“E i cavalieri? Non vuoi vederli quando fanno il bozzolo?”
Giorgio non rispose.
“Fa niente” disse Piero, “Tanto, muoiono quasi tutti. La stalla non va bene per loro.”
“Bè, allora… ciao!” disse Giorgio
“Ciao!” rispose Piero, e non si videro più.

Come previsto, i cavalieri morirono in gran numero, e come per gli anni precedenti Piero quasi non se ne accorse. Senza Giorgio non aveva senso stare nella stalla ad occuparsi di quei vermetti, e i cavalieri tornarono ad essere cruccio dei nonni. Di una cosa però Piero si lamentò con se stesso: nella ridda di lezioni e corse e bachi e giochi e sputate, si era dimenticato di chiedere a Giorgio un pezzo di sapone. Se ne rese conto mesi dopo, una notte, in inverno, quando non fu abbastanza veloce da spostarsi nel buio dalla madia per scansare il liquido che cadeva dal pitale del Battiston. E se ne ricordò negli anni dell’abbondanza, quando anche lui, con i pantaloni senza toppe né fango e le scarpe di cuoio finalmente tutte sue, entrava nei negozi e nei supermercati a comprare il sapone tra le luci e la paura di scivolare sui pavimenti di marmo lucido. Ne prendeva ogni volta uno diverso, fino a provare, metodico, tutte le essenze di ogni marca: Marsiglia, rosa, vaniglia, camomilla, ginepro, verbena, fiordaliso, limone, violetta, gelsomino, magnolia, cioccolato… comprava le saponette prima di finire quelle vecchie, tanto che i commercianti pensavano le collezionasse e lo avvisavano quando ne arrivava una nuova. Ne comprava anche all’estero, quando ci andava con aerei che sembravano uccelli in volo che avevano dimenticato come battere le ali, e portava a casa, da questi viaggi estivi strappati alla routine dell’anno, confezioni di sapone di cui non solo non sapeva leggere le etichette, ma che non davano alcun indizio odoroso per riconoscere quale essenza volessero imitare. Divenne come un archeologo che, alla disperata ricerca di un pezzo di passato, continui a dissotterrare lattine e ferraglia, spezzandosi le unghie e annusando ogni zolla di terra, disperato nel tentativo di salvare un ricordo dal tempo pirana che gli strappa a piccoli morsi un viso dalla memoria.

Serena Gobbo (pubblicato su rivista letteraria Ellin Selae)

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