La poltrona

Dicono che sono arteriosclerotico, che ho fatto morire mia moglie di disperazione, che i miei figli non mi vogliono vedere.

Quand’ero un involucro di testosterone spalmato di brillantina, pensavo che i tutti vecchi fossero rimbambiti. Ora che il vecchio sono io, ho capito che ognuno rimbambisce a modo suo. C’è chi puzza di vino alle dieci di mattina, come faceva il Botta, che ora bestemmia in faccia al Creatore. C’è chi si addormenta alla finestra dell’ospizio, come lo Sberla, proprio lui, il Re della balera. E poi, dicono, ci sono io, che parlo coi mobili.

Eppure io non sono rimbambito.

Anche i santi venivano scambiati per pazzi. Io santo non sono, ma con i mobili, i miei mobili, ci parlo, e loro mi ascoltano. Quando mi alzo alla mattina le molle del letto mi salutano cigolando e si allungano per aiutarmi a mettere l’artrite in posizione verticale. In cucina, il rubinetto mi augura il buongiorno e poi mi dà l’acqua per il caffé. Quando l’inverno è freddo, do da mangiare alla stufa e lei, grata, mi riscalda. I miei amici abitano tutti con me, in queste quattro stanze. E come succede con gli amici veri, a volte si litiga. Mi è successo a gennaio. La colpa è stata mia, lo riconosco, ma capita: ti svegli una mattina tra i tuoi compagni, quelli a cui racconti del callo sotto l’alluce e degli incubi notturni, quelli che non storcono il naso se puzzi di vecchio e non si annoiano se racconti sempre le stesse storie; e ti accorgi che hai voglia di qualcosa di nuovo. Non puoi dirlo, a loro, hai paura di offenderli, però ci rimugini sopra tutto il giorno. E più ci pensi, e più ti senti in colpa, e più hai voglia di trasgredire, di dare un colpo di matto.

Io l’ho fatto.

Sono rientrato una sera, e lo specchio in corridoio mi ha visto spingere lo scatolone attraverso la porta spalancata. L’ho udito sussurrare al tavolo in cucina che c’era una novità. Poi le sedie hanno bisbigliato tra loro e la stufa le ha sentite. In pochi attimi, tutti sapevano. Un silenzio curioso incombeva sullo scatolone che mi arrivava all’ascella sudata. L’ho aperto. Ho tolto il polistirolo e la velina, e ho tirato fuori la mia nuova fiamma: Wassilly. Alla vista di quelle strisce di pelle bianca aggrappate ai tubi d’acciaio, ho percepito sulle rughe il brivido di orrore lungo la rafia delle sedie in cucina: Non può essere una poltrona, quella!

E invece sì. Una signora poltrona, disegnata da uno col nome impronunciabile, un desainer. Con quello che l’ho pagata, non può che essere un articolo da intenditori. Così quei rinnegati di figli dovranno pagarmi il funerale di tasca loro!

Ho portato Wassilly in cucina, tra le altre sedie e l’ho guardata. No, non potrò mai metterci sopra il didietro, ho pensato: sarebbe come costringere una regina a lavare i piatti. Lei è speciale!

Eppure i miei compagni non hanno capito. Dal momento in cui Wassilly è entrata nella nostra vita, non mi hanno più rivolto la parola. Si lasciavano toccare e usare come al solito, ma limitandosi a fare quello per cui erano stati costruiti: gli oggetti. Niente più amici, niente più confidenze, niente più saluti… Risucchiato dal silenzio, sono stato costretto a creare alla mia regina una torre d’avorio.

Ho svuotato il soggiorno: il divano, il tavolino e lo scaffale li ho smistati tra la cucina e la camera, e nella stanza rimasta vuota ci ho messo lei. Sola, ma libera dal disprezzo che i poveri riservano ai ricchi.

Ogni sera, dopo aver scambiato due parole con gli altri, entro nel soggiorno, mi accuccio per terra e la contemplo, con un unico pensiero insediato nella testa: le aquile non volano a stormi.

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