Ingenuità giovanile…

Non tutti i capitani d’azienda si sentono Dio solo in forza della sedia su cui stanno. Alcuni hanno bisogno di supporti, stampelle, anche se per poche ore. Li vediamo dritti in piedi che ci danno ordini, o dietro scrivanie pesanti come le fabbriche che si portano sulle spalle, non ci poniamo neanche il problema, noi dall’altra parte, che pure loro abbiano bisogno di valvole di sfogo.
Nella prima azienda in cui assunsi il ruolo di commerciale, il direttore era uno giovane, non arrivava ai trentacinque. Lui e sua sorella avevano preso in mano tutto dal padre, che continuava a passare di là ogni tanto senza mai far domande sui filamenti d’acciaio, e che si guardava intorno nominando Kierkegaard e Kant come se li avesse visti sui diagrammi di rendimento. David, il figlio, conosceva a memoria tutti i nomi dei clienti: per ognuno ricordava la marca dell’automobile, le idiosincrasie e la situazione familiare. Quando parlava con uno di loro al telefono, lo sentivo ridere ad alta voce da dietro la porta, come se non fosse stato un fornitore, ma lo spettatore di uno spettacolo comico che si era guadagnato il costo del biglietto. Usciva dal suo ufficio con una battuta di mani: “Allora? Quanti ordini oggi?” oppure “La bestia qui dietro ha lavorato bene stanotte?” riferendosi all’estrusore fresco di mutuo a sei zeri. Era sempre in moto: se non camminava su e giù per la fabbrica, ce lo trovavamo seduto sulla scrivania a controllare il pacchetto delle bolle, oppure saltellava battendo le mani come fanno i pugili prima dell’incontro. Mi faceva rabbia quell’energia: io, imbastita di partita doppia e matematica statistica, confondevo i clienti tra loro e mi facevo degli schemi per ricordarmi le specifiche di imballo per ciascuno, tutti trucchi che David guardava con disprezzo perché lui era oltre.
Peccato per il suo raffreddore. Era continuo. Usciva dall’ufficio tirando su col naso e bastonandoselo col pollice come se avesse voluto staccarselo dopo anni di onorato servizio. A volte era così forte, quel raffreddore, che quando David mi chiamava stentavo a sentirlo: entravo da lui e lo trovavo con la testa abbandonata sulla scrivania. La alzava per mostrare due occhi lucidi che sembrava avessero pianto.
“Troppo giovane per tutto questo stress. Somatizza,” pensavo. E invece ero troppo giovane io, che non distinguevo una rinite acuta dai sintomi delle tirate di coca.
Quello era il suo Dio segreto. Era un Dio che pretendeva i suoi spazi devozionali in segreto: David entrava nel suo ufficio e ne usciva sconcio di preghiere.

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1 commento

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Una risposta a “Ingenuità giovanile…

  1. Le tue descrizioni sono scritte cocl punteruolo: un paaio di colpi e via, esce fuori ogni miseria umana.

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