Non so se è una questione di traduzione, ma in “L’amore ai tempi del colera” di Marquez, c’era una parola molto ricorrente: ZAMPATA. Usata sempre in senso traslato, similitudini, metafore. La zampata della vecchiaia, la zampata della solitudine… Sono quelle parole abbastanza desuete, ma di cui uno scrittore si innamora il tempo di un libro. Ci instaura una relazione, le usa, e poi le abbandona, come si fa con un’amante invecchiata.
Ho notato delle ricorrenze più durevoli nell’ultimo libro di Veronesi: se in Caos Calmo c’è l’infatuazione per i palindromi, qui c’è un altro giochino con le parole che si incunea su un foglietto di carta con una frase che tutti tendono a leggere nel modo sbagliato.
Eppure sono mille volte meglio questi tic letterari che i tic della vita di tutti i giorni, figli di monotonie ingessate e ripetitività ammuffite. Perché prima di scrivere una parola, una parola qualunque, scrittori come Marquez e Veronesi ci pensano su, ne analizzano le connessioni e la capacità evocativa. Quando noi prendiamo la strada che ci porta al lavoro, cosa analizziamo, il flusso del traffico? Il colore dell’auto che ci taglia la strada? Pensiamo sempre allo stesso modo, ricicliamo i pensieri e le parole per ridurre al minimo lo spreco di energia intellettuale. Che poi spreco non è, così come non è spreco di muscoli una corsa mattiniera sull’argine.
Autogrill! Pausa.
Tic letterari
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